Merotto’s Way of Wine
L’understatement di una vocazione incarnata senza fronzoli ma con competenza, passione e vision, è questa, si potrebbe dire, la “Merotto’s Way of Wine” in un territorio che dal 2019 si può fregiare del sacrosanto inserimento nella World Heritage List dell’UNESCO.
L’occasione, fortemente voluta da Graziano, erede di una famiglia di agricoltori-viticoltori e leader carismatico dell’azienda da lui fondata a Col San Martino – che dal 1972, iniziando da 1400 metri di terreno coltivabile, conduce un percorso di rara consistenza – è quella della presentazione di una prima sboccatura di Metodo Classico da Pinot Nero in purezza (non una novità, dato che in ditta si sperimenta sullo Champenoise fin dal 1978, con prima annata in bottiglia nel 1981 e tra le referenze sono presenti i Martinotti Grani Rosa di Pinot Nero e la cuvée Grani di Nero, sempre da Pinot Nero 100%), apice di una vocazione condotta nella parcella appositamente identificata, collocata nelle adiacenze della sede aziendale, il Rosé Pas Dosé 2022 dedicato a Rossella, compagna di una vita, sventuratamente scomparsa a settembre 2024.



Tuttavia, la vena “avventurosa” di casa, come si intuisce dagli esiti, non è una novità. Nell’anno del suo ottantesimo genetliaco Graziano, da tre decenni accompagnato dall’enologo Mark (anche lui di cognome Merotto, ma nessuna parentela), in precedenza con la complicità del grande Piero Berton, ora affiancato dalla nuova generazione rappresentata da Nicola, come lui intelligenza brillante, idee nitide e pragmatismo, riavvolgendo le bobine dei ricordi sottolinea che si iniziò già negli anni ’90, con La Primavera di Barbara.
Si trattava di un Prosecco Dry Millesimato di alta qualità dedicato alla figlia, referenza impeccabile, tuttora presente in catalogo, progettata fin dalla vigna (in cui è presente, oltre alla Glera, un 10% di Perera) anche se la vera prova di forza risulta la creazione della Cuvée del Fondatore Millesimata (poi Rive di Col San Martino) nel 2009, etichetta, la cui storia coincide con l’istituzione della DOCG Conegliano Valdobbiadene, che ha mietuto riconoscimenti fin dalla sua prima uscita sul mercato, nel 2010.


Un vino peculiare che, come il precedente, nasce dall’identificazione della particella 86 collocata a 230 metri e dotata di suolo argilloso e pregevole profondità, non di natura morenica come gli altri appezzamenti aziendali, ma è soprattutto il prodotto di un lavoro di campagna innovativo e millimetrico, ribattezzato DMR (Doppia Maturazione Ragionata), in cui circa tre settimane prima della vendemmia il 20% dei tralci vengono recisi, con i grappoli che rimangono in pianta. Ne deriva un appassimento naturale del 20-25% di parte delle uve, con grande concentrazione della materia prima e dei nutrienti, che produce, al momento della vendemmia, condotta unitariamente, due diverse maturazioni dei grappoli. Altro segreto è il passaggio del mosto, dopo leggera pressatura, direttamente in autoclave, dove rimane, senza spostamenti, per i successivi sei mesi.
Un cosiddetto “Charmat Lungo” capace di conferire al calice una complessità inedita. Ma non solo, dato che dalla “verticale inversa” condotta in serata con millesimi a partire dal 2018, con la “guest” della 2024, prodotta in due versioni – una classica, da 6 mesi sui lieviti, una da 10 – risulta una fedeltà all’annata inedita per uno spumantizzato (ricordo, qui da Glera in purezza) in cui non si è abituati a registrare (o da cui aspettarsi, semplicemente per il consumo, spesso troppo ‘rapido’) tali raffinatezze. La 2018, in zona la vendemmia più precoce degli ultimi 20 anni, caratterizzata da un germogliamento molto anticipato, ha ingresso al naso magnetico, leggermente ossidato, ma poi tensione e freschezza di nettarina e timo citrino, con chiusura di mandorla tostata che lo fa preferire, a sorpresa, a molte tipologie più blasonate presenti in commercio. La 2021, che anche a Valdobbiadene si conferma annata ‘benedetta’, ribadisce la prima impressione, in un manufatto talmente edibile, traboccante note di nettarina bianca, salvia e limone di Sorrento, da poter essere ribattezzato, senza eccessi di enfasi, “Super-Prosecco”.


Per completare la cronaca degli assaggi particolarmente azzeccato anche l’Integral, ultimo nato di casa, che nasce da un approfondimento, molto fascinoso, sulla tipologia del non dosato, frutto di un vigneto di oltre 40 anni e di 60 giorni sui lieviti, con solo 2,7 grammi per litro di zuccheri. Note di mela gialla, ginger e orzo, con tensione e croccantezza alle stelle, un Prosecco di indubbia levatura. Tornando all’assaggio-evento, il Rosé da Pinot Nero, che nasce da una parcella a suolo di medio impasto con presenza di piccoli ciottoli piatti, evidenzia al naso freschezza di melagrana, limone, tiglio e rosmarino, chiudendo su note di biancospino. Molto persistente alla beva, con richiamo mentolato ed officinale, la maniera migliore, per la produzione di casa, di confermare una reale vocazione che rimane, oltre alla ‘vena’ del Prosecco, un unicum di grande godibilità per il territorio e la conferma di una realtà di impeccabile levatura.












