Iva Zanicchi è una donna che non ha bisogno di presentazioni. Tre volte vincitrice del Festival di Sanremo (1967, 1969, 1974) e volto amatissimo della tv italiana, l’Aquila di Ligonchio porta da sempre con sé un bagaglio di spontaneità e travolgente ironia.
C’è però un filo conduttore che attraversa tutta la sua vita, dai grandi palcoscenici mondiali di New York e Teheran fino alla dimensione più intima e familiare: l’amore per la buona tavola, che Iva racconta nel libro Quel profumo di brodo caldo (Mondadori), aprendo le porte dei suoi ricordi d’infanzia in terra emiliana, tra il mito della nonna cuoca nell’Appennino, domeniche in famiglia che profumavano di sfoglia tirata a mano, cene da sogno con Frank Sinatra e aneddoti esilaranti tra i fornelli.
Un viaggio dove il cibo incontra la musica, dimostrando che per fare entrambe le cose serve la stessa identica cosa: un fuoco che ti brucia dentro.

Iva, lei è nata a Ligonchio, Reggio Emilia, una delle terre più ricche d’Italia dal punto di vista enogastronomico. Qual è il suo primo ricordo della cucina? Chi le ha trasmesso la passione per i fornelli?
Il cibo e la cucina li ho nel DNA! Sia la nonna sia la mamma erano bravissime. Mia nonna, in particolare, era una cuoca straordinaria, famosa in tutto l’Appennino: per la cacciagione, come lei non c’era nessuno. Aveva un’osteria, lo faceva di mestiere. A mia mamma invece non piaceva tanto cucinare, ma era bravissima lo stesso. Io oggi non cucino, ma qualsiasi cosa faccia mi riesce benissimo! Perché cucinare si impara, se hai la passione e il fuoco dentro. Proprio come il canto, altrimenti non puoi fare questo lavoro: i sacrifici sono tantissimi. Da fuori la gente pensa: “Ah beh, vai sul palco, canti, che bello, la gente ti festeggia…”, e invece è una vita piena di rinunce. Poi alla mia età, figurati. Però lo fai con piacere, perché ami cantare e stare in mezzo alla gente.

Qual è la prima ricetta che ha cucinato?
Avrò avuto 8 o 9 anni. La mamma era dovuta uscire e le mie due sorelle maggiori non c’erano. Ero rimasta a casa da sola con il mio fratellino e dovevamo portare da mangiare a mio papà, che lavorava in una centrale elettrica. A mezzogiorno gli portavamo sempre il cestino con il pranzo. Così mi sono messa ai fornelli e ho preparato la pasta al burro e formaggio. Meno male che è arrivata una vicina di casa! Io avevo scolato la pasta e avevo messo il condimento direttamente nello scolapasta. Il burro colava tutto nel lavandino! Me lo ricordo ancora per la vergogna che ho provato quando la vicina mi disse: “Ma Iva, cosa stai facendo? Se condisci la pasta nello scolapasta, il condimento va tutto via! Lo devi mettere nel piatto!”. È una sciocchezza, ma da bambina quelle cose ti segnano. Quella è stata la prima volta che ho cucinato.

Il suo libro racconta un’Italia che forse non c’è più, fatta di cose semplici e legami fortissimi. C’è qualcosa di quel passato che le manca?
Mi mancano le tradizioni che purtroppo si stanno perdendo. Finché mia mamma è stata in vita, tutte le domeniche pretendeva che ci radunassimo tutti da me. Io ho un grande tavolone all’aperto e i miei fratelli arrivavano da Milano, da San Donato… A me questa cosa manca tantissimo, perché non sono riuscita a mantenere l’usanza con i miei figli e i miei nipoti. Oggi mi dicono “Non ci sono, perché vado in montagna con gli amici” oppure “Nonna, il sabato sera rientro alle 5 del mattino”. Mi manca molto quell’idea di convivialità. Ricordo che mia madre ogni domenica faceva le tagliatelle fatte in casa con il ragù alla bolognese, oppure i tortellini in brodo, e almeno una volta al mese mi preparava i tortelli di zucca mantovani… Tempi volati via.

Sfogliando il suo libro si scopre che i ricordi non sono legati solo a una cucina di casa, ma anche alle trasferte italiane ed estere. Quali sono gli episodi legati alla tavola che ricorda con maggior piacere?
Ne ho tantissimi! Una volta ero in America e gli organizzatori della tournée, visto che le cose stavano andando benissimo, mi dicono: “Chiedi qualsiasi cosa e ti accontentiamo”. Io risposi: “Ma no, è andato tutto benissimo, mi avete pagato… Basta così”. E loro: “No, no, chiedi!”. Allora l’ho buttata lì: “Mi piacerebbe tanto andare a cena con Frank Sinatra”. Negli anni ’70, in America era un dio, più del presidente degli Stati Uniti! Insomma, gli organizzatori mi dicono che sono riusciti ad accontentarmi: pensavo fossimo pochi intimi e invece ci ritroviamo in 500, al Waldorf Astoria! Lui era assieme al vicepresidente degli Stati Uniti. Mi sono fatta mettere in un tavolo vicino: l’emozione di poter mangiare a pochi passi da un mito simile è stata indescrivibile! Nonostante la cucina non fosse memorabile, è stata una serata che porto ancora nel cuore. Un altro episodio memorabile fu a Teheran, negli anni ’70, quando fui invitata dalla famiglia reale, a cantare per una settimana al casinò. Ero talmente emozionata che non riuscivo neanche a mangiare! C’era un consommé, poi del filetto… Lo scià non c’era, ma per il caffè arrivò Farah Diba, l’imperatrice. Un’emozione unica!

Ha cantato sui palchi più importanti del mondo, vinto tre Festival di Sanremo e condotto programmi storici. Cosa le dà la cucina che la musica e lo spettacolo non riescono a trasmetterle?
Sia la cucina sia la musica sanno trasmetterti emozioni profonde. Può sembrare banale abbinare la musica al cibo, ma non è così: sono due mondi estremamente legati. Ti danno soddisfazione e appagamento. E poi, quando si mangia, bisogna assaporare intimamente i sapori. Chi ama la cucina riconosce subito gli ingredienti nel piatto, proprio come accade nella musica: tu riconosci la qualità di un assolo di sax, di una chitarra, o di un rullato di batteria che il musicista improvvisa sul palco. Per me sono due arti estremamente vicine.

Se potesse invitare a cena un grande personaggio di oggi o del passato, chi sceglierebbe e che cosa cucinerebbe?
Del passato potrei fare delle tavolate infinite, ma se dovessi sceglierne uno, mi piacerebbe tanto invitare Giuseppe Garibaldi. Garibaldi è stato ovunque: vai in una città qualsiasi e trovi Corso Garibaldi, Piazza Garibaldi… E ti chiedi: “Ma questo qui cosa faceva? Girava solo per le città?”. Ecco, vorrei invitarlo per capire che tipo era e quali erano i suoi gusti. È una figura che mi ha sempre affascinato, compresa la sua vita privata e la storia di Anita, la moglie.
Cosa gli cucinerei? Gli farei una bella lepre in salmì (marinata nel vino rosso e cotta a lungo) con una polentina morbida, come si fa a Bergamo, accompagnata da un buon vino toscano forte, un bel Chianti! Garibaldi non mi sembrava tipo da caviale e Champagne, secondo me era uno da osteria.

Da dove nascono l’ironia e la travolgente vitalità che il pubblico tanto ama? Qual è il segreto per mantenere sempre questa energia?
Innanzitutto, sono giovanissima! Scherzi a parte, credo faccia proprio parte del mio DNA. Tutti mi chiedono: “Ma come fai alla tua età?”. Boh, non lo so! Non è che la mattina mi sveglio e penso: oddio, ho 86 anni! Ma chi se ne frega! Quando sarà il mio momento, andrò, ma adesso sto bene, sono in forma e piena di forza. In autunno sarò a teatro con una commedia molto brillante, Viva la Mamma, insieme a Milena Miconi, Samuel Peron e Diego Ruiz. E poi, canto, ho progetti televisivi… Finché si fanno progetti vuol dire che si è giovani! Se ti fermi sei perduto. Qualcuno disse: “Voglio morire sul palcoscenico”. Sul palcoscenico non lo so, ma di sicuro voglio morire in piedi!

Cosa ne pensa della ristorazione attuale e degli chef in TV? Dopo l’esperienza con Il Piattoforte nel 2005, le piacerebbe tornare alla guida di un programma di cucina?
Trovo che in troppi si spaccino per grandi chef. La cucina è un’arte e non si può improvvisare. Detto questo, la cucina italiana è in assoluto la migliore al mondo, non ce n’è per nessuno! La Francia ha gli antipasti, il Giappone il pesce crudo, ma l’Italia ha un patrimonio immenso. I grandi chef spesso non sono in tv, ma nelle case: le nostre mamme e nonne cucinano in modo meraviglioso. Negli altri Paesi non c’è questa cultura del cucinare in casa; da noi invece il cibo è un culto che si tramanda di generazione in generazione. Per quanto mi riguarda, mi piacerebbe tornare a condurre un programma televisivo, magari con una piccola rubrica di cucina. Prima che sia troppo tardi, devono darmi un programma per l’autunno, senza fare scherzi.

Un piatto di tortellini oppure una cena con 12 portate gourmet?
Ma che gourmet, una bella tazza di tortellini! Sai che i nostri nonni usavano delle tazze grandissime per mangiare i tortellini in brodo? E poi, alla fine, ci versavano dentro anche un goccio di vino rosso. Sono buonissimi, li ho assaggiati anch’io.

Quali sono i suoi tre piatti preferiti di sempre?
Al primo posto, in assoluto, lo gnocco fritto, da accompagnare con prosciutto crudo, squacquerone o qualsiasi altra cosa: quando è fatto bene, è imbattibile. Poi, anche se è banale, non possono mancare i tortellini, ma rigorosamente in brodo! Niente panna o burro: il tortellino deve affogare nel brodo di cappone fatto come si deve. E, al terzo posto, le lasagne al forno, come tradizione comanda. Ti ho fatto venire fame?

Il cibo fa rima con vino, quali sono i suoi vini del cuore?
Sì! Io non sono una grande bevitrice, ma il buon cibo richiede un buon vino in accompagnamento. A casa, i miei genitori bevevano il vino solo la domenica, perché papà non era un bevitore e non frequentava le osterie. Mio nonno, invece, aveva un’osteria, sul confine con la Garfagnana, e acquistava solo damigiane di vino toscano. Siamo cresciuti così, bevendo rigorosamente Chianti. Poi, quando ho iniziato a cantare e mi sono trasferita in città, ho scoperto anche dei vinelli bianchi e amabili che mi piacevano molto. Ma se oggi voglio godermi un buon bicchiere di vino, chiedo sempre un bel Chianti.

Quale dei suoi i piatti preferiscono i suoi nipoti Virginia e Luca?
Per anni li ho viziati con un piatto che non ha a che fare con la tradizione emiliana: le penne alla vodka. Ne andavano matti e portavano a casa anche gli amici da scuola per fargliele assaggiare. La mia specialità era il sughetto abbondante in cui sguazzava la pasta. Ci voleva un goccio di vodka, non troppa perché erano piccoli, ma quel tanto che bastava per rendere il piatto vivace. Accompagnavo sempre le penne con le patate al forno fatte come mi aveva insegnato mia nonna. I ragazzi impazzivano per questo menu.

Ha mai conquistato un uomo cucinando? Se sì, con quale piatto?
In realtà sono stata io a essere conquistata dal mio compagno, Fausto Pinna, che purtroppo è scomparso due anni fa. Oltre all’affinità che ci legava, mi ha presa proprio per la gola! Cucinava in un modo incredibile. Lui era sardo e preparava tutti i piatti della sua terra. Ce n’era uno in particolare che gli aveva insegnato sua madre e che lui chiamava “pasta strappata”: tirava la sfoglia non troppo sottile, poi la strappava con le mani direttamente sopra l’acqua bollente. Infine, la condiva a strati in una grande pirofila con il sugo e il formaggio… Guarda, una bontà indescrivibile! Ecco, ora mi hai fatto davvero venire fame: ti saluto!