Critica enoica militante ed emotività
Perché non si dovrebbe utilizzare l’emotività nella critica in generale, e nella critica enoica in particolare? La domanda è credo legittima, dopo mesi in cui di critica e di comunicazione enoica si parla molto, forse troppo. Andare incontro alle nuove generazioni, alla “modernità”, rinnovare il codice e semplificarlo, svecchiarlo, oppure rimanere stoicamente (o stupidamente, a volte sono sinonimi) ancorati ai vecchi paradigmi? La diatriba è perigliosa, decisamente non banale.
Ci penso in una giornata che ho dedicato, complice il Consorzio Venezia DOC, alla scoperta di una denominazione colpevolmente misconosciuta come il Lison DOCG. Appellazione peraltro storica, originaria (come Tocai di Lison) del 1971, poi DOCG dal 2011, punta di diamante di un consorzio giovane, tuttavia espressione una storia enoica importante – quella delle Isole di Venezia e dei Domini di Terraferma della Serenissima – che risale nel tempo almeno fino ai Paleoveneti. Ora, complice un prezioso raccordo logistico in battello, risalendo il Livenza, nei luoghi che furono cari a Ernest Hemingway, i pensieri volano veloci tra passato e presente, facendo riemergere forse a sorpresa, dai miei studi umanistici, i Formalisti Russi e Tzvetan Todorov, bulgaro naturalizzato francese, grande studioso del linguaggio e raffinato teorizzatore del fantastico in letteratura. Todorov, partendo da un’intuizione di Samuel Taylor Coleridge, approfondì il concetto della sospensione dell’incredulità. Teorizzazione fondante, non solo della narrativa del “perturbante”, veicola il concetto che, se si vuole apprezzare davvero la narrazione, tra lo scrittore e il lettore si deve stipulare un patto di cessazione dello scetticismo. Aristotele già accennava al mutuo accordo autore/fruitore per aumentare il gradiente di coinvolgimento emotivo, e io, in questo momento, sono certo che alla narrazione del vino serva qualcosa di simile. Forse per troppi anni ci siamo concentrati su aspetti meramente tecnici, tralasciando la necessità di smuovere, nell’appassionato o potenziale tale, qualcosa di ultraterreno, o quantomeno extra-terreno, fantastico, per l’appunto, in modo da annullare ogni resistenza e condividere un gesto vecchio come il mondo, che negli ultimi anni sembra sempre più desueto, quasi fuori luogo. Anzi, demonizzato. Ma scherziamo? Millenni di rapporto simbiotico con la natura e con le tradizioni contadine dei nostri avi per arrivare alle scritte del “nuoce gravemente alla salute” sul retro dell’etichetta? Davvero ci siamo ridotti a questo?
Quando attracchiamo mi ripeto che anche la prima volta che abbiamo bevuto è stata una sorta di innamoramento. Del “proibito”, certo, ma soprattutto di luoghi, gesti, atmosfere, la capacità di traghettarci, con il tramite di una bevanda, oltre il banale qui e ora. Eccolo, il nostro qui e ora. Siamo infatti arrivati a La Frassina, azienda collocata in zona originariamente valliva, che nel 1940, a seguito della bonifica di parte della laguna di Caorle, intrapresa dal capostipite Mario, può dedicarsi alla produzione agricola. Parte dell’oasi naturalistica della Vallevecchia, qui la viticoltura arriva successivamente, dall’inizio del terzo millennio, grazie ai fratelli Lucia e Carlo. Undici ettari in cui i vitigni nativi, ossia Friulano e Refosco, convivono con Chardonnay e Merlot, caricandosi, per le particolari combinazioni del terroir, di caratteristiche uniche. Lo sperimento, ed è una folgorazione, con il loro Lison DOCG, da Tai (come lo chiamano qui) in purezza: salino, mentolato, medicale, persistente, esperienziale. Un ritorno all’acqua. Torna buona la nostra definizione iniziale: sospensione dell’incredulità è accettare la magia della vite, capace di attecchire e prosperare anche in luoghi dove non si sarebbe mai immaginato e che soprattutto un territorio così improbabile è capace di raccontarlo in maniera tanto fedele.
Folgorazione per folgorazione penso anche a Tenuta di Fiorano, il cui bordolese in rosso è uno dei mei vini del cuore, perché dei 200 ettari sui colli Albani, a ridosso dell’Appia Antica, che il Principe Alberico Boncompagni Ludovisi volle destinare alla produzione di internazionali, tutto si può dire salvo che il risultato fosse scontato. Certo la collocazione peculiare e il suolo, tuttavia parliamo di referenze che sono tra i miracoli irripetibili della viticoltura peninsulare. E allora perché non chiudere, come dimostrazione a effetto, con un altro teorema inspiegabile?
L'estate nel bicchiere
Per farlo dobbiamo scendere a Loreto Aprutino, alla corte di Paolo, di Azienda Valentini. Per anni ho pensato alla sua triade, Montepulciano, Cerasuolo e Trebbiano, come al Denso Martello, al Divertimento Pensoso e al Mistero Inesplicabile. Rafforzando così la mia convinzione che, senza l’uso dell’emotività, del vino (e, decisamente, anche della Vita) se ne può capire davvero ben poco.












