Dipende anche dal tempo che scorre, non lo metto in dubbio, oltre al fatto che inevitabilmente il vino, nella sua esegesi, sollecita speculazioni astratte. Tuttavia, è da qualche mese che rifletto se nella letteratura enoica a disposizione, e in quella a costruire, abbiamo prestato sufficiente attenzione all’imperfezione. E no, non è un gioco di parole. Anzi.

Tutto inizia con la biologia, se vogliamo, o, per meglio dire, con la microbiologia. Del resto, non è farina del mio sacco ma frutto delle riflessioni di uno straordinario Premio Nobel (oltre che una straordinaria donna) come Rita Levi Montalcini, la quale, nella sua autobiografia, asseriva che “(l’imperfezione)… ha da sempre consentito continue mutazioni di quel meraviglioso quanto mai imperfetto meccanismo che è il cervello dell’uomo”. Imperfezione come molla dell’evoluzione, insomma. Ok. Ma nel vino? Il discorso non è immediato e no, non ci si può affidare a un assioma, ossia che in tutti i manufatti umani ogni imperfezione richiami dirette connessioni alla ricerca della perfezione. No, per carità, a volte si tratta semplicemente di distrazione, o peggio ancora sciatteria. E comunque c’è una differenza sostanziale tra imperfezione e difetto, cosa che chi frequenta non superficialmente il mondo del vino sa benissimo.

Qualche tempo fa, al Merano Wine Festival, assaggiando un Verdicchio dei Castelli di Jesi Classico Riserva 2001 di Villa Bucci, cantina che si deve alle visioni e alla fenomenale competenza di Ampelio, recentemente entrata nel consistente progetto di Oniwines, branca vitivinicola di famiglia Veronesi. Epifania suprema, che mi ha rimescolato l’anima: note di caco e melone giallo, poi cedro e zafferano, la beva di clamorosa freschezza, di spessore e densità ma soprattutto tensione e sale. Una frequenza armonica fatta di eterogenei scarti, ricordo che, non a caso, nelle orecchie mi risuonava lo Shakespeare migliore: “Perché questo? Ahi, litigioso amore, o amore odiato, tutto quanto dal nulla fu creato. Vanità seria, pesante leggerezza, disarmonico caos di forme belle!”.

Tuttavia, la domanda sorge spontanea: è davvero la perfezione figlia di una serie di imperfezioni? Ci penso anche qualche mese dopo, a quello e al corollario concetto dell’armonia. Al Chianti Classico Collection assaggio il Castell’in Villa Chianti Classico 2020, il consueto anti-paradigma del Chianti “annata”. Ineffabile creatura berardenghese di Riccardo e Coralia Pignatelli della Leonessa, cantina-borgo originaria del 1100, fulcro di interconnessione tra diverse arti liberali, Castell’in Villa è, sopra tutto, fonte di vini di mistica perfezione. Coralia è ancora in sella, capace di garantire qualità eccelsa sia in vigna, dove la microzonazione gioca un ruolo importante per la qualità impeccabile della materia prima, sia in cantina, dove protocolli essenziali giocano ruoli decisivi nella progettazione di etichette uniche. In bottiglia in effetti tutto scorre coeso e vigoroso, come in una sinfonia, mirtillo rosso e peonia, sanguinella e chinotto, poi ginepro e finale mentolato. Bocca croccante, molto intensa, molto balsamica. Alla fine dei conti, mi dico, quello che voglio capire è cosa significa inseguire l’eccellenza. Essere ambiziosi? Aspirare alla perfezione lucida e rarefatta o creare prodotti capaci di appassionare, non per forza di cose impeccabili? Fare vini puliti e senza tentennamenti o emozionare come forma di riconoscimento di debolezze tipicamente antropiche? Insomma, del resto è come scegliere tra I 49 racconti o Isole nella corrente di Hemingway. Una questione di indole. Del resto, mi dico io, non lo dicevano già i latini: per ardua ad astra?

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È in queste condizioni che, una settimana dopo, arrivo da Arianna Occhipinti, faticando a credere che si tratti di una tappa casuale. Arianna è forse la persona migliore per fare chiarezza sui miei dubbi. Insomma, parliamo di una ragazza ventunenne che prende il Frappato, ossia uno dei vitigni isolani più ostici ed ermetici, trasformandolo in un capolavoro di vigore, fascino e personalità, gestendo, magistralmente, proprio l’imperfezione. Ci riesce, forse, perché il vitigno le somiglia, insieme ribelle e magnetico, fresco e sbarazzino, complesso e sfaccettato, con istinto e mestiere lo accompagna a livelli qualitativi inimmaginabili. Senza volontà di imbrigliarlo o con l’idea aprioristica della “pulizia” ma ascoltandolo, lasciandolo libero di esprimersi. Quindi è solo la prossimità che fa la differenza? Sì, ma anche l’ossessione, la benedetta ossessione. E non so se sia come diceva Rita Levi Montalcini, ma in questo caso, potete giurarci, l’emozione è verace. Figlia di accudimento e scrupolosità. Come educare un figlio ad andare per il mondo, immagino. Accompagnare, non imporre. Un impegno difficilissimo. Eppure, gli esiti sono consistenti, sono davanti ai miei occhi e me li tengo stretti. Qui non ci sono tutte le verità del mondo, sarebbe presuntuoso pensarlo. Ma c’è una maniera per arrivarci. Ed è tutto quanto cercavo.