La cucina come fondamentale protagonista del benessere psico-fisico della persona. Il cibo, quell’esigenza che da mero atto alimentativo diventa sostanza esistenziale, ecologica, universale. Mangiare, intenso non più e solo come atto necessario. Il tutto in un’ottica e in un approccio olistico che trascende l’essenza stessa dello sfamarsi per diventare, quindi, ricongiungimento totale con l’essere. Un essere che, per Fromm, si contrappone, appunto, ad avere.

Quindi, non parlare più di “avere fame”, ma “essere pronti” a condividere l’energia del cibo. Se, per Fromm, infatti, nell’avere la ragione ultima è la ricerca di beni e di possedere, nel caso dell’essere l’accento è rivolto sull’apprendimento, sulla crescita e sulla relazione. Un paradigma esistenziale che per alcuni potrebbe essere e diventare un vero e proprio ossimoro. Un esempio tra i tanti è quello portato, in cucina, da Jeong Kwan. La monaca buddista coreana balzata alle cronache internazionali per la sua capacità di portare all’esterno del suo universo meditativo e trascendente, legato a una cultura antica, quella della cucina del tempio, una “mise en place” comunicativa contemporanea e, ovviamente, piena di gusto.

Parliamo precisamente dell’Hansik, secondo cui il cibo e la medicina hanno la stessa radice, per cui quel che si mangia contribuisce all’equilibrio vitale delle persone. L’abbiamo sentita al termine di un suo recente viaggio in Italia, precisamente quello tenuto dal 19 al 21 maggio a Roma in occasione dell’anno dello scambio culturale Italia-Corea. In questo contesto la monaca ha presentato in una masterclass e in una cena finale la sua visione e concretezza culinaria legata alla fermentazione. Intesa, questa, come un connubio tra scienza e filosofia, in cui vengono analizzati i cicli stagionali e i 24 periodi solari della tradizione coreana. Una visione, tradotta in piatti, gesti e narrazione, in un’esperienza formativa unica, coinvolgente ed essenzialmente totalizzante e che sta sempre di più conquistando le menti e i palati, in giro per il mondo.

Quella che da anni porta in giro per il mondo è una cucina del tempio che permette di trasmettere positività, qual è il segreto energetico del cibo?

«Il segreto è la meditazione, quel momento in cui si mette da parte l’ego. Per me cucinare è una forma di pratica spirituale. Ogni ingrediente è un essere vivente e, se lo si tratta con amore e gratitudine, quell’energia positiva entra nel cibo. Un cibo preparato con questa consapevolezza nutre non solo il corpo, ma anche la mente. Rispettare e non sprecare ciò che la natura ci offre fa anch’esso parte di questa meditazione: il cibo diventa così un mezzo per trasmettere energia positiva».

Dalla tradizione alla contemporaneità, oriente e occidente, uomo e universo: a tavola quanto sono vicini?

«Il cibo è un linguaggio universale che trascende il tempo e lo spazio. Quando si cucina con compassione e si condivide ciò che si prepara, Oriente e Occidente, passato e presente, essere umano e universo si uniscono in uno stesso momento».

Importante, per non dire fondamentale, nella sua impostazione è la fermentazione, quali sono i benefici di questo alimento?

«La fermentazione è pazienza, è una pratica di trasformazione che si affida alla natura. In questo processo, il cibo respira e si trasforma, acquisendo nuova vitalità. I microrganismi benefici contenuti nei cibi fermentati agiscono silenziosamente nel nostro corpo: aiutano la digestione, riequilibrano l’intestino e impediscono ai batteri nocivi di proliferare. Non è solo un processo biochimico, ma anche una forma di guarigione che porta energia chiara al corpo e alla mente».

Che benefici apporta, al corpo e allo spirito, l’Hansik?

«Che si tratti dell’hansik o di qualsiasi altro cibo, quando entra nel corpo ne diventa parte. Per questo è fondamentale scegliere con cura gli ingredienti, prepararli con consapevolezza e cucinare con passione. La sincerità e l’energia investita nella preparazione trasformano il cibo. Un pasto ben fatto ristabilisce l’equilibrio del corpo e calma la mente. In fondo, il cibo riflette il modo in cui ci prendiamo cura di noi stessi.

Tra gli “ingredienti” fondamentali della sua cucina c’è il tempo e la ricerca. Perché sono così fondamentali per non dire necessari?

«Tempo e ricerca sono ingredienti essenziali in cucina. Nel tempio si dà valore alla lentezza e all’intenzione più che all’efficienza. Ogni ingrediente contiene una sua vita e una propria energia. Se lasciata grezza, questa energia può essere troppo intensa; ma con il tempo e la giusta preparazione, può diventare un rimedio per il nostro corpo. Questa capacità di trasformare e bilanciare l’energia è ciò che chiamiamo “seopseang”, ovvero l’arte di nutrirsi in modo consapevole. Cucina significa trattare la vita, purificarla e condividerla con rispetto.


Quali sono i piatti più rappresentativi della sua filosofia?

«Il piatto che mi rappresenta di più è funghi pyogo brasati nello sciroppo di riso. L’ho preparato per mio padre quando l’ho rivisto per la prima volta sette anni dopo il mio ingresso nel tempio. Con rispetto e cura, gli ho raccontato molte cose mentre cucinavo. Mio padre, che inizialmente era contrario alla mia scelta, dopo aver mangiato quel piatto mi ha salutato con tre profondi inchini. L’ho presentato anche durante la cena del 20 maggio a Roma a un evento organizzato dal Kofice, dal Ministero della Cultura, Turismo e lo Sport della Corea e dall’Istituto Culturale Coreano in collaborazione con Teritoria.  I funghi pyogo, essiccati con pazienza, acquisiscono profondità di gusto, e con la lenta cottura nello sciroppo tradizionale (jo-cheong) si arricchiscono di una dolcezza naturale e delicata. È un piatto che richiede tempo, dedizione e rispetto per gli ingredienti, ed è per questo che rappresenta perfettamente sia la cucina templare sia la mia filosofia».

Tra gli imperativi culinari c’è il no carne, perché?

«La ragione principale è non nuocere a nessun essere vivente. Tutti gli esseri viventi sono preziosi. La cucina del tempio è un’espressione di compassione, un modo di vivere in armonia con ogni forma di vita. Inoltre, evitare cibi eccessivamente nutrienti aiuta a mantenere l’equilibrio: introdurre più energia di quella necessaria può ostacolare la pratica spirituale. Per questo si evitano gli eccessi, incluso il consumo di carne».


Mangiare quindi non è solo un atto alimentare, è molto di più?

«Sì, mangiare non è solo nutrirsi. Così come si evita la carne per non infrangere il precetto della non violenza e per mantenere l’energia essenziale alla pratica, anche il pasto è una parte del cammino spirituale. Mangiare significa accogliere la vita di un altro essere, ed è un momento per coltivare umiltà e gratitudine. Il cibo che scegliamo e l’intenzione con cui lo mangiamo trasformano il nostro corpo e la nostra mente. Ogni pasto è un’opportunità per armonizzarci con la natura e con la vita. Per questo nel tempio, anche un semplice pasto è considerato una forma di pratica spirituale: mangiare consapevolmente è vivere consapevolmente».