Buglioni, la Valpolicella più moderna, smart e fashion
Negli ultimi mesi, sarà un segno dell’età che avanza, mi trovo sempre più spesso a riflettere sui dettagli, sulle sfumature, considerando le piccole cose che, uniche ma impalpabili, caratterizzano un mondo, l’universo del vino, fatto (anche) di pensieri e magia, oltre che lavoro duro, un artigianato che, non a caso, accompagna l’uomo da millenni. Una delle ultime volte che ci ho ragionato a riguardo ero a San Pietro in Cariano, provincia di Verona, a Locanda Buglioni. Mariano, impeccabile chaperon, mi aveva appena introdotto alla conoscenza delle fondamenta della creazione vitivinicola della sua famiglia, un universo composito che mi aveva sinceramente avvinto.
Locanda Buglioni è solo una delle appendici che Mariano, insieme a papà Alfredo, ha realizzato a partire dal 1993, in una sorprendente ma doverosa attività di riposizionamento del business familiare. Mi spiego meglio: i Buglioni agli inizi degli anni ’90 scelgono di abbandonare la storica attività in ambito fashion, che gli ha dato soddisfazioni economiche ma soprattutto la possibilità di viaggiare per il mondo in un settore glamorous non così distante da quello vitivinicolo, tutt’altro. Il fatto è che Alfredo ha già le idee chiare su cosa fare del suo futuro immediato e nel 1993, dopo mesi di flânerie alla ricerca della giusta collocazione, identifica un casolare abbandonato che sorge in un dominio enorme, circondato ettari di terreno, vecchie case coloniche e circa 3,5 ettari di vigneti coltivati a Corvina, Corvinone, Molinara e Rondinella. È il posto giusto. Lo acquistano, ma appena due mesi dopo si trovano davanti al primo crocevia: le viti sono cariche di uva, la vendemmia incombe, chi se ne occuperà? Decidono di procedere in autonomia, come hanno sempre fatto, la risolvono con un paio di weekend tra amici di vecchia data e festanti Cene del Ringraziamento. Le uve le regalano, il settore per loro è nuovo, Alfredo ne è entusiasta, Mariano, poco più che ventenne, pure accomunato dalla passione, più riluttante. Per il momento barattano la materia prima per qualche dritta in un settore che, lo imparano fin da subito, non è tenero. Trascorre qualche anno, il progetto familiare si fa più nitido, tra piccole batoste e bruschi risvegli. Si rimette mano al rustico, sotto il quale si creano i locali di vinificazione, ultimati nel 2000. Del 2001, poi, è l’incontro con Diego Bertoni, talento cristallino, appena laureato in Viticoltura ed Enologia a San Michele all’Adige (TN). È lui la persona che si occuperà nella neonata Cantina Buglioni. Ma l’anima familiare è eclettica, come forse è scritto nel codice genetico dell’origine marchigiano-veneta: nello stile della neonata impresa si fondono infatti, con crasi miracolosa, grande occhio per la stilistica e l’estetica (e questo era da mettere in conto) ma soprattutto ironia e irriverenza, tipiche caratteristiche delle intelligenze versatili ma anche un aspetto, inedito, di consapevolezza per il consumo edonistico del vino.





È come se la sua stessa natura, la natura della visione-Buglioni, richiedesse palcoscenici idonei per la missione.
È con questo intento che nel 2005, negli spazi di un negozio di proprietà, nasce l’Osteria del Bugiardo, che negli anni si trasforma non solo nella testa di ponte per l’azione commerciale aziendale, dato che tuttora circa 50.000 bottiglie Buglioni si consumano, in mescita, proprio qui, ma in una sorta di flagship store (multimarca, per carità, qui la religione è orgogliosamente politeista), locale talmente peculiare e intessuto all’humus cittadino da esserne divenuto parte essenziale. Insieme all’Osteria sono diversi i ristoranti, le destinazioni e le iniziative che negli anni si accompagnano, con successi alterni, al progetto vitivinicolo, conferma tuttavia della chiarezza della visione. Ora, tra le diverse piattaforme, spiccano l’Enoteca del Bugiardo a Santa Maria di Negrar e ovviamente Dimora Buglioni, accogliente e vibrante, collocata come la Locanda nel bel mezzo dei vigneti, maniera più idonea per esperire il midollo di un progetto il quale, non bisogna dimenticarlo, è integralmente sostenibile.





Nel frattempo, grazie anche alle ultime acquisizioni in zona Lago di Garda, sono diventati 60 gli ettari in gestione, declinati in 14 etichette, tutte, a loro modo, peculiari, ma soprattutto specchio fedele della vivacità intellettuale che contraddistingue il progetto. Una versione di Valpolicella brillante e gioiosa, sorta di contraltare alle (certo, spesso ingiuste) accuse di austerità delle creazioni indigene.
Mi distraggo per un attimo dalla narrazione. Torno alla Locanda. Il Dettaglio. La cura dei dettagli, il tentativo di ridurre al minimo i particolari fuori posto. Qui alla Locanda è tutto perfetto, non soltanto il cibo, che è davvero di prim’ordine, come materia prima e ideazioni (e godurioso, per una volta, senza lavorare di ‘bisturi’ e ‘pinzette’, se capite quello che intendo) ma l’abbigliamento, il paraverbale, l’occhio attento e l’atteggiamento, oltre alla gioia che sprigiona dalle espressioni di chi lavora qui, che non può essere simulata. Parla di una scuola di precisione accurata, che ammette esclusivamente il miglioramento. Ovvio che questo mestiere abbia a che fare molto più di quello che si ammette con l’ossessione, ché un vino buono (o un cibo buono) non lo farai mai se non sei, almeno in parte, ossessionato. Ma qui c’è in aggiunta la passione di una famiglia, talmente genuina da trasportare anche il personale in un percorso di identificazione con il ‘brand’ davvero produttivo.



Tra i tanti assaggi, diverse le referenze di cui è necessario fare menzione. Partirei con il Molì 2022, Molinara rifermentata in bottiglia e ovviamente a zero dosaggio, sorprendente per tensione e intensità, condita di note di albicocca e timo cedrino, con accenni di pepe verde, molto persistente alla sorsata. Si sale già di giri con il Chiaretto (Rosé de Noir) La Sdraio 2024, da 90% Corvina e 10% Rondinella: note di fragolina selvatica e salvia, intenso alla bevuta. Notevole anche il Le Blanc 2024, Il Disperato, da Garganega e Incrocio Manzoni, con i suoi accenni di litchi e cedro, molto lungo e molto officinale alla bocca.



Passando ai rossi, eccellente il Valpolicella Classico L’Imperfetto 2024, da Corvina, Corvinone, Rondinella, Croatina, grande controllo e nessuna concessione alla morbidezza, anzi, incisivo, con i suoi ricordi di mirtillo rosso e liquirizia in polvere, rabarbaro e la lunga scia gustativa. Per finire con una triade, sicuramente il Ripasso Classico Superiore Il Bugiardo 2023, molto equilibrato nelle sfumature di amarena e radice di liquirizia, il Valpolicella Classico Superiore 44 Verticale 2020, verticale di nome e di fatto, incisivo e succoso, pepe nero in grani e ribes rosso sugli scudi, per finire con l’Amarone Classico Riserva Amphora Teste Dure 2018, lavorato tra anfore di ceramica e tonneau, una vera e propria chicca, frutto delle idee congiunte, sempre ‘animate’, di Alfredo e Mariano, che a mio avviso sarà uno degli asset territoriali del futuro, per come si dimostra capace di smarcarsi da tanti luoghi comuni sulla tipologia e andare all’essenziale: vino, vino puro, vino autentico. Eucalipto e mora rossa al naso, alloro, una lamata balsamica e di sottobosco al palato.




Per concludere, se lo ritenessi necessario, chioserei queste mie con un ‘restate sintonizzati’. Ma so già che lo farete.












