3 vini di Ventiventi
L’Emilia che non ha bisogno e non cerca di alzare la voce per farsi notare. Una filosofia che vibra e fermenta, tra nebbie leggere e filari ordinati, dove il Lambrusco torna a parlare un linguaggio attuale senza tradire la sua grammatica “ancestrale”. A Medolla, nella bassa modenese, la famiglia Razzaboni ha dato forma a questa energia con Ventiventi: prima annata nel 2020, idee nette e una direzione chiara. Trent’ettari gestiti interamente, dalla potatura alla raccolta, con una visione che tiene insieme tecnologia e misura, rispetto e precisione. Qui la contemporaneità non è posa ma sostanza: vini immediati ma non semplici, gioiosi ma mai sopra le righe, capaci di stare nel presente senza perdere profondità. Il Lambrusco, in questo contesto, diventa lessico vivo. Non si limita a raccontare il territorio. Lo interpreta, lo rende dinamico, lo spinge un passo più in là. È un invito al piacere, ma con coscienza. È convivialità, certo, ma con una linea stilistica riconoscibile, che non cerca scorciatoie.
Ecco tre referenze che ne attestano, in punta di calice, la filosofia:
Il Metodo Classico Brut Rosé da Sorbara, Ventiventi Rosé, è forse il manifesto più elegante di questa visione. Un rosato che sembra cucito addosso al vitigno, quasi un esercizio di haute couture emiliana. Il colore richiama una buccia di cipolla dorata, luminosa, fine. Il profilo olfattivo è sottile ma centrato: rosa selvatica, fragolina, un’eco di sottobosco primaverile attraversata da un soffio fresco, quasi mentolato. In bocca si distende con una trama carezzevole ma precisa, dove l’acidità vibra senza strappare, accompagnando una frutta ancora in tensione, come un’albicocca Reale di Imola colta un attimo prima della piena maturità. A tavola si muove con naturalezza, dalla tradizione emiliana fino a territori più marini o fusion, sempre con quella grazia che non cerca protagonismo ma lo ottiene.



Il rifermentato in bottiglia Happy Selvaggio Ancestrale, vendemmia 2024, è invece il lato più diretto e generazionale del progetto. Biologico, secco, frizzante: un rosé che non teme di mostrarsi per quello che è. Il frutto è vivido, lampone e fragolina di bosco, con una cifra quasi “bubble gum” che diventa tratto identitario, non concessione. La bollicina è croccante, l’acidità netta, il contributo del lievito leggero, dinamico, mai invadente. È il vino del convivio spontaneo, quello che accompagna una pizza o una giornata d’estate, ma che non rinuncia a una sua dignità gastronomica. Sbarazzino, sì, ma centrato.
Infine, La Vie, Sorbara Brut biologico, chiude il cerchio con un’energia più nervosa, quasi elettrica. Il colore già racconta la tensione: rosa luminoso, bollicina fine e scalpitante. Il sorso è coerente, senza deviazioni verso complessità forzate. Qui domina l’energia del frutto: melagrana, rosa selvatica, fragolina, lampone appena acerbo, con una piega erbacea sottile che ricorda il dragoncello e un finale agrumato di pompelmo rosa che allunga e rinfresca. È un vino che gioca, ma con consapevolezza. Sta dentro la tradizione emiliana con naturalezza, ma si diverte a uscire dai binari, dialogando con piatti più contemporanei, anche crudi o marinati. Non chiede solo di essere bevuto: si lascia mordere, croccare, vivere.
Ventiventi, in fondo è un’idea chiara di Lambrusco che non cerca di essere altro da sé, ma che riesce a essere molto di più. Un racconto giovane, concreto, che restituisce al sorso quella leggerezza pensata che è la vera cifra dell’Emilia migliore.












