Dimenticate il bastone nodoso, il mantello di lana grezza e quell’immagine bucolica, quasi immobile, che la letteratura e l’arte ci hanno tramandato per secoli. Il vecchio concetto di pastore, inteso come figura solitaria e ai margini della modernità, non esiste più. Oggi, chi guida un gregge è un protagonista consapevole di una rivoluzione che intreccia ecologia, tecnologia e presidio sociale.

Il pastore contemporaneo è, prima di tutto, un custode del paesaggio. In un’epoca di abbandono delle aree interne e di crisi climatica, il pascolamento gestito è una delle forme più efficaci di prevenzione contro gli incendi e il dissesto idrogeologico.  Il pastore moderno utilizza il GPS per monitorare le greggi, app per la gestione sanitaria del bestiame e, in molti casi, sistemi digitali per la tracciabilità della filiera produttiva. Non è raro vedere giovani pastori che, tra un pascolo e l’altro, gestiscono la vendita diretta dei propri formaggi attraverso i canali social o l’e-commerce. Come richiesto alle nuove figure professionali dell’agricoltura, il pastore odierno deve saper interpretare dati ambientali ed economici. Deve capire i mercati, gestire la burocrazia europea e trasformare il latte in prodotti d’eccellenza, spesso biologici o legati a presidi di tutela del territorio. Ma soprattutto, il pastore è la sentinella della montagna: la sua presenza garantisce che territori fragili restino vivi e accessibili. È un ruolo di resistenza culturale che trasforma l’attività agricola in una forma di tutela del paesaggio, evitando che la natura diventi un bosco incolto o, peggio, un “capannone in meno” grazie alla presenza di pascoli curati.

Essere pastori oggi significa quindi possedere una competenza multidisciplinare. È un lavoro che richiede una profonda conoscenza della zootecnica, ma anche capacità di marketing, sensibilità ambientale e una moderna resilienza. Non si tratta più di una scelta di ripiego o di una tradizione stanca, ma di una professione d’avanguardia che risponde alle sfide del futuro con i piedi nella terra e lo sguardo rivolto all’innovazione.

Ed è proprio da tutto questo che nasce la Scuola di perfezionamento per la pastorizia estensiva: un percorso avanzato dedicato alla formazione di nuovi pastori e allevatori, che affronta tematiche come la gestione del pascolo, la conservazione della biodiversità, la produzione alimentare sostenibile e il marketing territoriale. Il progetto nasce da una collaborazione tra il Comune di Calascio e Slow Food Italia e D.R.E.Am Italia; si inserisce nel più ampio progetto di rigenerazione culturale, sociale ed economica “Rocca Calascio – Luce d’Abruzzo” del comune, selezionato dalla Regione Abruzzo nell’ambito delle misure del PNRR (LINEA A, M1.C3 – Investimento 2.1 – “Attrattività dei borghi”) gestite dal ministero della Cultura e finanziato dell’Unione Europea.

Un percorso di studi importante anche per chi è già del settore, come testimonia Giorgia D’Amato, 29 anni, originaria di Rosciano (Pescara). Dopo gli studi all’alberghiero è tornata all’azienda agricola di famiglia e, per restare al passo con i tempi, si è iscritta al percorso. «Grazie a questo percorso di studi – racconta Giorgia D’Amato – ho pensato di ampliare l’azienda: oltre all’allevamento, stiamo sviluppando un piccolo caseificio e sto valutando anche di proporre una fattoria didattica. Credo che oggi, per sostenere un’azienda agricola, sia necessario aprirsi anche al turismo e a nuove attività». Ma alle masterclass non ci sono solo allevatori, bensì agronomi, esperti di relazioni internazionali e di sostenibilità. Si tratta in molti casi di persone laureate, con competenze già molto elevate e specialistiche. «Questo dato conferma che gli obiettivi prefissati dalla Scuola, ovvero costruire una nuova figura del pastore, si stanno concretizzando. Innanzitutto, il pastore del futuro è custode della biodiversità, ma anche un professionista in grado di lavorare sul marketing e sulla comunicazione, perché per aumentare il reddito è necessario rafforzare queste competenze: sia nella promozione del prodotto sia nella capacità di raccontarlo e posizionarlo sul mercato. A questo si aggiungono anche attività complementari, come l’accoglienza turistica o iniziative legate al sociale, che possono integrarsi con la dimensione più tradizionale dell’allevamento». A parlare è Federico Varazi, vicepresidente del consiglio direttivo di Slow Food Italia, che racconta nel dettaglio il progetto e le sue prospettive.

Che competenze deve avere un pastore 4.0?
«Promuoviamo una figura il più possibile interdisciplinare. Accanto alle competenze elencate prima, ci sono quelle scientifiche e tecniche, che un tempo erano affidate quasi esclusivamente all’esperienza empirica e che oggi diventano conoscenze strutturate: dalla comprensione dei fenomeni climatici alla gestione della salute animale, fino alle normative sanitarie, sempre più complesse. Ne emerge una figura di pastore che arriva spesso già con un bagaglio di competenze maturate in altri ambiti. Si tratta di giovani, spesso di seconda o terza generazione, che hanno studiato fuori e scelgono di tornare, portando con sé esperienze diverse: dall’economia aziendale alle relazioni internazionali, fino alle discipline scientifiche. Queste competenze vengono poi rimesse in gioco all’interno della pastorizia, che diventa per loro un ambito nuovo, da esplorare e in cui sperimentare una forma di lavoro più aperta e contemporanea».

Come funziona la Scuola di perfezionamento per la pastorizia estensiva?
«Si tratta di un’attività articolata in otto masterclass. Si rivolge non soltanto a chi è già attivo nel settore della zootecnica o svolge la professione di pastore, ma soprattutto a chi aspira a diventarlo. L’obiettivo è formare una nuova figura professionale, coerente con i profili di un pastore moderno: non più la figura tradizionale del pastore abbandonato sulle montagne con le proprie greggi. Il progetto si distingue dagli altri in Italia per la suddivisione in momenti formativi specifici ma soprattutto perché si configura come un percorso di perfezionamento sulla pastorizia estensiva, ovvero una forma di pastorizia all’aperto dove gli animali vivono e pascolano allo stato brado. La maggioranza delle pecore oggi è relegata nelle stalle. Il progetto vuole incentivare la pastorizia estensiva, una pratica che sta progressivamente scomparendo».

Qual è il valore della pastorizia estensiva oggi?
«La pastorizia che vogliamo incentivare non è finalizzata soltanto alla produzione di cibo, quindi di un buon formaggio, per quanto questo sia importante, ma riguarda soprattutto ciò che sta a monte. Parliamo infatti della presenza e della tutela dei pascoli, in particolare delle praterie seminaturali, che scomparirebbero senza la presenza dell’uomo e del pascolamento. Quando facciamo riferimento al pascolo, bisogna specificare che non si tratta di spazi naturali “lasciati a se stessi”, ma ecosistemi che si mantengono tali proprio attraverso l’attività dell’uomo. In assenza di questa gestione, molti di questi spazi evolverebbero in boschi, che non sempre rappresentano un elemento positivo. In molti casi, soprattutto in Italia, parliamo di boschi abbandonati, che possono diventare un problema più che una risorsa. In questo senso, la pastorizia estensiva rappresenta una forma di allevamento che produce un servizio ecosistemico importante non solo in termini di gestione del pascolo ma anche per il riconoscimento del ruolo dei pastori nella tutela della biodiversità.»

Il cambiamento culturale, tuttavia, si misura ancora con una rappresentazione tradizionale della professione.
«Questa è la conferma di quanto ancora però sia radicata l’idea del pastore con una dimensione un po’ nostalgica che non deve più appartenere a un mondo con una proiezione nel futuro molto evidente oggi. I dati lo confermano. Il dossier UNCEM del 2019 sullo spopolamento della montagna segnala oltre 100.000 persone tornate a vivere in questi territori, soprattutto giovani e giovani donne, interessati a intraprendere non solo la pastorizia ma anche altri mestieri legati alla montagna, come la castanicoltura o la viticoltura di alta collina. Si tratta di attività che rappresentano una risposta concreta allo spopolamento e alla perdita di saperi legati ai territori. In questo senso, la dimensione politica è evidente e centrale. È un progetto che restituisce dignità a terre e lavori che rischiavano di scomparire e che rappresentano una parte fondamentale – forse la più bella – d’Italia».

Insomma, questa Scuola è una sorta di Presidio Slow Food potenziato.
«Nella fattispecie abbiamo il Presidio dei prati stabili e dei pascoli e il Presidio degli olivi secolari. Il primo riguarda tutti i formaggi che vengono prodotti attraverso il pascolamento degli animali proprio in questi prati stabili. Sono pascoli che non vengono concimati e non vengono lavorati da oltre dieci anni, ma che grazie al pascolamento sono rinvigoriti stagione dopo stagione. Questo dà il senso di quanto sia importante la presenza dell’uomo, perché – lo ribadisco – senza il pascolamento, senza l’uomo, quei pascoli diventerebbero bosco abbandonato. Questo significa essere presenti nella natura con consapevolezza, coscienza, ma anche con rispetto. Non si tratta di “mettere la natura in un museo” ma di trovare una posizione di collaborazione consapevole perché noi siamo parte di essa. Riprendo lo slogan di Terra Madre di due anni fa – “Noi siamo natura” –: dietro a queste parole, secondo me, c’è un significato molto profondo che attraversa tutti i progetti legati alla biodiversità».

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