Il vino che visse due volte
In quella distesa fertile a sud di Vicenza, all’improvviso, la terra si solleva. Non molto, non vuole essere montagna, ma quel tanto che basta per cambiare luce, vento e prospettiva. Siamo nei, o meglio sui, Colli Berici. Un antico arcipelago emerso. Sono solo una manciata di rilievi, valli e altipiani, la parte più alta sfiora i 400 metri sul livello del mare, che interrompono la campagna e costruiscono un paesaggio nuovo. Rigogliose puntellano l’orizzonte vigne e boschi. Strade che salgono e ridiscendono, case isolate, vecchie corti, monasteri e chiese, ville, soprattutto palladiane, affioramenti di roccia. È una terra antichissima. Prima della vite, prima degli uomini, prima persino della forma che oggi riconosciamo, qui c’era il mare. Le tracce di quella storia profonda sono rimaste nella materia: calcare, argille rosse, sabbie, gessi, basalto. Una tavolozza geologica che sorprende, soprattutto nel bicchiere.




Il vino “tinto” qui ha un nome preciso: Tai Rosso. Un nome che porta con sé una storia fatta di equivoci, parentele, leggende e trasformazioni. Un tempo Tocai Rosso, oggi Tai Rosso per effetto delle norme europee che hanno riservato il nome Tokaji ai vini ungheresi, questo vitigno appartiene alla memoria agricola dei Berici da secoli. La sua parentela è con la Garnacha spagnola, la Grenache francese e l’insulare Cannonau. Il padre però è uno: il mare. Ma il Tai Rosso dei Berici non assomiglia semplicemente ai “cugini”. Ne porta il sangue, ma non ne replica il carattere. È figlio di una storia che qui ha trovato un’altra matrice. Anche la sua origine rimane sospesa tra storia e racconto.
La leggenda del falegname di Nanto che avrebbe riportato le viti dall’esercito austriaco ha il fascino delle storie nate per essere tramandate. L’ipotesi di una provenienza dalla Francia meridionale, legata ai rapporti fra Vicenza e Avignone, appartiene a una trama storica più scolastica. Di certo c’è che nel 1926, a Ponte di Barbarano, la Stazione sperimentale di viticoltura ed enologia di Conegliano avviò un impianto sperimentale destinato a confrontare varietà locali e vitigni provenienti da altre aree.



Il Tai Rosso dei Colli Berici
Sui Colli Berici la storia del Tai Rosso diventa interessante. La genetica può raccontare una parentela ma non ne spiega il carattere. E il dna del Tai Rosso è profondamente berico. Per molto tempo lo si è considerato, in maniera anche denigratoria, rosso semplice, piacevole, leggero, destinato alla tavola più che alla meditazione.
Una bottiglia da trattoria, cucina domestica, da pranzo senza cerimonie. Una definizione che rischia di essere riduttiva. Basti pensare all’arrivo della “parkerizzazione” che ne ha, troppo, stravolto la mise. Adesso il Tai Rosso sta smettendo di indossare abiti che non erano suoi. I vignaioli dei Colli Berici hanno compreso che la forza di questo vino non risiede nella quantità di materia che riesce a mettere nel bicchiere, ma nella qualità della sua energia. Per anni la ricerca della struttura, dell’estrazione, del legno, della concentrazione ha rischiato di appesantire un vitigno portato alla fragranza. Oggi la rotta si è fatta più nitida. Meno trucco, più identità. Meno volume, più definizione.
Una scatto di freschezza
Ha il colore del rubino quando la luce lo attraversa, spesso scarico, trasparente, quasi rosato nella sua luminosità. Profuma di ciliegia e lampone, di melagrana, di rosa e violetta. Porta con sé una vena erbacea, una speziatura sottile, talvolta quella nota di mandorla che riaffiora sul finale. Ma soprattutto ha una freschezza che mette il vino in movimento. È teso senza essere austero. Ricco senza essere opulento. Succoso senza essere banale. Leggero senza risultare fragile. Una grammatica del rosso che, in un’epoca che sembra essersi disinnamorata quasi definitivamente dei vini muscolari, assume un valore concreto. Il Tai Rosso non ha bisogno di occupare, basta farsi attraversare. E proprio per questo sta trovando una nuova contemporaneità. Funziona al tavolo, nella convivialità, nella ristorazione informale così come in quella più ambiziosa. Sa stare accanto a un piatto senza mettersi davanti al piatto. Con la soppressa vicentina e con un risotto alle erbe, con i bigoli al ragù d’anatra e con una frittata, con il pollo alla cacciatora e con un piatto vegetale. Ma anche, semplicemente, con chiacchere tra amici, qualcosa di buono e il tempo necessario per non avere fretta. È questa la sua modernità più interessante: la capacità di essere gastronomico senza diventare cerimoniale. Del resto, i numeri raccontano una territorialità quasi assoluta. Dei circa 124 ettari di Tai Rosso presenti complessivamente, 122 si trovano sui Colli Berici. Due ettari altrove. Quasi tutto è qui. Una percentuale che trasforma un vitigno in un paesaggio e un paesaggio in una precisa idea. Lo fa attraverso vini più nitidi, meno costruiti, capaci di restituire il frutto e la freschezza senza rinunciare alla profondità. Anche le interpretazioni più strutturate, quelle provenienti dalle vigne migliori o destinate a maturazioni più lunghe (riserve), mostrano che questo vitigno può cambiare passo senza perdere il proprio accento.



Tai rosso, quindici anni di trasformazione nel bicchiere
Una verticale comparativa fra aziende e aree differenti dei Colli Berici permette di leggere qualcosa di più della semplice evoluzione in bottiglia. Attraverso sei campioni (2011, 2015, 2019, 2021, 2022 e 2025) emerge il cambiamento di un’intera idea di vino: il passaggio da un Tai rosso costruito sulla potenza e sulla concentrazione a un’interpretazione progressivamente più identitaria, capace di lasciare spazio al vitigno, alla freschezza e alla trama minerale.
Dal Maso Colpizzarda 2011
Il primo campione della triade appartiene alla stagione più «muscolare» del Tai rosso. Il 2011 di Dal Maso è un vino che rispetta pienamente i canoni di uno stile, più che quelli di un vitigno. È il Tai in versione Hulk: possente, concentrato, calorico, costruito per dimostrare prestanza. La dolcezza speziata, il tabacco secco, una sorta di balsamicità scura e quasi nera, la china e le note terziarie disegnano un profilo importante, ancora vivo dopo quindici anni grazie soprattutto alla tenuta acida del vitigno. La materia non è però priva di una certa sapidità, sostenuta dalla componente territoriale dei Colli Berici. Il tempo ha contratto il vino, lo ha compresso dentro una trama ormai fortemente terziaria, ma non ne ha spento l’energia. Quello che rimane più difficile da ritrovare è proprio il Tai: la sua identità varietale appare in parte nascosta sotto una costruzione stilistica molto marcata. È un vino che racconta bene un’epoca nella quale la prestanza del rosso sembrava dover essere dimostrata, anche attraverso legno, estrazione e volume.

Cavazza Corallo 2015
Quattro anni più avanti il Corallo 2015 di Cavazza segna già un primo passaggio. La muscolatura si allenta, il legno appare meno invasivo, la costruzione del vino è più educata. Non siamo ancora davanti a un Tai completamente liberato dalle sovrastrutture, ma qualcosa comincia a emergere con maggiore chiarezza. È soprattutto la caratteristica amaricante, una delle firme più interessanti del vitigno, a prendere lentamente spazio. Rimane però ancora in parte ingabbiata dentro una trama di frutto scuro, quasi ematica, che conferisce al vino una dimensione profonda ed estrattiva. Anche qui la bottiglia non ha spento la vitalità: a undici anni dalla vendemmia il vino mantiene vibrazione, tensione e dinamica. Ma l’impressione è quella di un atleta che ha cominciato a togliersi qualche chilo di muscolo senza avere ancora abbandonato completamente la palestra. La materia resta importante, il frutto concentrato, la componente costruita ancora leggibile. Il Tai, però, comincia finalmente ad affacciarsi.

Piovene Porto Godi Thovara 2019
Con il Thovara 2019 di Piovene Porto Godi il cambio di passo diventa ancora più evidente. Il vino sembra voler respirare di più, alleggerire la propria struttura senza rinunciare alla profondità. Il frutto rosso torna protagonista e dialoga con quello nero: mora selvatica, susina matura dalla polpa rossa, una dimensione fruttata più dinamica e meno compressa. La componente terziaria rimane importante, ma cambia funzione. Non è più una sovrastruttura che occupa il vino: diventa parte della sua complessità. La mineralità ha un carattere scuro, quasi «dark», che richiama la pietra e la materia dei Berici, mentre il sorso conserva potenza, volume e concentrazione. La differenza sta nella direzione. Il vino non cerca più soltanto di essere grande, inizia la rivincita della riconoscibilità. La trama legnosa e quella più «fabbricata» arretrano e lasciano spazio a una tensione che si allarga nel bicchiere, sostenuta dalla freschezza e dalla vibrante evoluzione terziaria.

Poi arriva il vero spartiacque. Non una semplice evoluzione stilistica, ma un cambio di paradigma. Dopo anni nei quali il Tai rosso ha cercato volume, concentrazione e muscolatura, la nuova generazione di interpretazioni punta sulla forza del frutto, freschezza, nella componente floreale e vegetale, nella sapidità e soprattutto nella capacità di restituire il territorio.
Cantina Pegoraro Tai Rosso 2021
Il primo vero punto di svolta è il Tai Rosso 2021 di Cantina Pegoraro, probabilmente uno degli interpreti più autentici e puntuali di questo nuovo corso. Qui il frutto torna ad avere voce e il territorio riprende pienamente il protagonismo. Il rosso emerge nitido, accompagnato da una florealità ancora viva e da una componente vegetale sottile ma decisiva. Anche il tabacco cambia completamente registro: non è più quello scuro del sigaro o la cenere ormai spenta di un camino, ma la foglia fresca, ancora verde, appena avviata alla maturazione e all’essiccazione. Una nota viva, quasi tattile, che si accompagna a una bellissima speziatura sospesa fra pepe rosa e pepe verde. Poi il sorso. Sapido, vibrante, croccante. Il frutto è succoso nonostante i cinque anni sulle spalle e la ciliegia sembra quasi poter essere morsa, liberando una succulenza alcolica attraversata da una sottilissima vena agrumata, quasi di pompelmo rosa. È un vino finissimo, elegante, di grande respiro. Qui il Tai sembra aver girato definitivamente la moneta: dall’altra parte non c’è più la prestanza, ma l’identità. La forza non è scomparsa, ha semplicemente cambiato forma.

Gianni Tessari Tai Rosso 2022
Un anno dopo, il Tai Rosso 2022 di Gianni Tessari prosegue sulla stessa traiettoria, spingendo ancora più in avanti il rapporto fra frutto, agrume e freschezza. È un vino immediatamente agrumato, di frutto freschissimo e succoso, nel quale la materia si muove continuamente fra consistenza e sapidità. La nota di melagrana porta nel bicchiere una vibrazione acida particolarmente precisa, mentre una speziatura leggerissima, verde e fragrante, accompagna il sorso senza mai appesantirlo. La sua cifra è la finezza. Un’eleganza fatta di equilibrio e sottrazione, nella quale la materia non viene esibita ma attraversata dalla freschezza. Il vino rimane croccante, vivo, dinamico, con una leggerezza che non significa superficialità. È un Tai che non ha bisogno di alzare la voce. La sua contemporaneità passa proprio dalla capacità di essere preciso, fragrante e immediatamente leggibile.

Cantina Veneta Collis Tai Rosso 2025
Il terzo campione porta questa nuova identità verso una dimensione ancora più quotidiana e conviviale. Il Tai Rosso di Cantina Veneta – Collis, ottenuto con una macerazione quasi assente, rinuncia alla costruzione e sceglie la immediatezza. L’olfatto è dominato da un sottobosco croccante, quasi rosso, attraversato da agrume fresco e da una componente vegetale e floreale particolarmente evidente. È un profilo diretto, senza sovrastrutture, nel quale la fragranza diventa il principale strumento espressivo. Il risultato è un vino quotidiano nel senso più autentico del termine: sbarazzino, immediato, spensierato. Un vino che non pretende di essere decifrato, ma vuole essere bevuto. Sta bene a tavola, nella convivialità, dentro una socialità contemporanea che chiede al vino meno ritualità e più naturalezza. Ed è proprio qui che si compie la rivincita del Tai rosso.













