Sono belle, espressive, uniche… necessariamente da raccontare quelle vicende che fermentano nel trascorrere del tempo. Come il vino. Biografie che, prima ancora di diventare parola o immagine, trovano forma nella terra, nel corpo e nel vissuto. La storia di Augusta Bargilli è una di queste. Non è solo una storia, ma una materia viva, capace di attraversare linguaggi diversi, il teatro, il cinema, la vigna, senza mai perdere autenticità. È da lì, non a caso, che nasce “Cinque secondi”, il film di Paolo Virzì. Non da un’idea, ma da una vita. Anticonformista, ribelle, autentica.
Augusta Bargilli è toscana di nascita, friulana per scelta, vignaiola per vocazione personale. È lei ad aver ispirato Matilde, la protagonista del film. Una donna giovane, incinta, che torna su una terra abbandonata e decide di farla rinascere insieme ad altri, sfidando il dolore, la solitudine, il tempo. Non c’è eroismo ostentato, ma un gesto ostinato e antico. Una storia di ordinaria umanità. C’è invece quello essenziale ed esistenziale di rimettere le mani nella terra. Di andare in una profondità della materia che si fa racconto, condivisione e riscatto.


Nel film, la vigna è un luogo narrativo prima ancora che agricolo. Una vigna che torna a respirare mentre tutto sembra fermo, congelato dal lutto. Adriano, l’avvocato romano che si è nascosto nelle stalle di una dimora toscana dopo la morte della figlia disabile, vive in un tempo sospeso. Il film non spiega, non assolve, non giudica. Come nella vita, resta l’intervallo. Poi arriva Matilde. Il suo nome significa “forte guerriera” e porta con sé il movimento, la voce, la possibilità. È questo il cinema. Il saper narrare il possibile e il voluto. Ma è anche la verità.
«Anch’io sono tornata sulla mia terra a venticinque anni, incinta e da sola – racconta la stessa Augusta –. Portavo in me l’attesa di mia figlia Aloisa e il desiderio di riconciliarmi con una storia che faceva male». Tornare a Collemezzano, la tenuta di famiglia acquistata dal nonno all’inizio del Novecento, significava attraversare una memoria ferita. Soprattutto un padre, segnato dall’alcolismo, che aveva distrutto ciò che avrebbe dovuto custodire. Augusta e le sue tre sorelle sono fuggite da bambine. Sopravvissute a una furia che non aveva nome. La casa venduta, la famiglia dispersa ma non spezzata. Tornare significava affrontare tutto questo, senza sconti. «Ho capito che non stavo cercando solo una casa, ma una possibilità di perdono» rimarca la vignaiola.


Come nel film, anche nella sua vita c’è stata un’asta giudiziaria… sospesa. Un destino appeso a un numero. Ma quei lotti, dice Augusta, «non sono numeri. Sono Villa Bargilli. Sono l’inizio di tutto». La magia del cinema entra qui. Lo fa non come artificio, ma come strumento di ascolto. Virzì si innamora di questa storia parlando proprio con lei di diraspatura a mano, di pigiatura coi piedi, di follature lente. Dettagli che diventano poi scena, corpo, verità cinematografica. Matilde non recita il lavoro in vigna: lo compie. E in tutta quella semplice, ma mai banale fatica, c’è il senso del film. C’è anche Aloisa, la figlia di Augusta, sul set. Una presenza discreta ma decisiva. È lei a spiegare come si pota, come si dirada, come si rispetta l’essenza poetica del frutto. Perché la vigna, come il teatro, non ammette finzione. Si fonde e cresce frame dopo frame, vendemmia dopo vendemmia.
«Il vino, come la scena, si costruisce col corpo – aggiunge Augusta –. È un atto di cura e di verità».


Dopo studi umanistici, teatro, cinema, arte figurativa, l’incontro nel 2018 con Pierpaolo Sirch segna un nuovo capitolo per lei. Insieme, sui Colli Orientali del Friuli, terra di confine che scruta la Slovenia, Augusta trasferisce la sua vena artistica nel vino. Friulano, Malvasia, Ribolla Gialla, Picolit, Refosco dal Peduncolo Rosso. L’autoctono che si fa personaggio, ciascuno con una voce, una storia, una tensione. Il territorio che diventa essenza di un racconto liquido da assaporare in modo intimo ma condiviso. Fare vino diventa così un atto di riscrittura. «Trasformare il dolore in fermento, l’abbandono in cura» ricorda.
Il vino, da strumento di distruzione nella vita del padre, si fa invece strumento di armonia. Un vero e proprio perdono liquido. Memoria che non avvelena più. «Il miracolo della vigna che torna a produrre non è agronomico, è umano» spiega.


Nel film, la gravidanza di Matilde corre parallela alla rinascita della vigna: anche qui la metafora non è forzata ma necessaria. La vita che cresce non segue l’orologio, il calendario ma un tempo intimo e personale. Quello delle radici che non si arrendono. Della bellezza che nasce dove si è sofferto. «Ho cercato di perdonare mio padre – confessa Augusta –, non perché fosse facile, ma perché era necessario. È morto lontano, in Brasile. Ma il sogno di riscattare quella terra, di riportare a casa la memoria, è anche un modo per riconciliarlo con la vita». Il vino, in questo racconto è invisibilmente presente. Un alone di speranza e riscatto. Di nutrimento e rappresentazione. Come nel cinema. È memoria liquida, testimone muto. «Non c’è famiglia in Italia che non abbia un ricordo legato a una vendemmia – rimarca con cognizione Augusta –. Il vino è l’eredità di tutti». Arte e vino, quindi, si toccano. «Il vino è anche arte. È racconto, è luce, è memoria».


Nella storia dell’arte, da Mantegna a Caravaggio, da Tiziano ai Carracci, il vino attraversa i secoli come simbolo della condizione umana. Nel cinema appare a singhiozzo, ma quando accade, come in “Cinque secondi”, non è mai neutro. È tempo che fermenta.
Fare vino, per Augusta, è stato un atto quasi religioso. Un gesto quotidiano che unisce terra e cielo, sacrificio e gratitudine. «La terra guarisce, se la si ascolta». Come il palcoscenico. Come una scena girata bene. Restituisce ciò che le dai. “Cinque secondi” è questo: un tempo minimo che contiene tutto. Caduta e rinascita. Uno, due, tre, quattro… cinque secondi. Il tempo necessario perché qualcosa cambi per sempre. «Anche la mia vita è fatta di cinque secondi – conclude Augusta –. Ho imparato che la vera rinascita non è cancellare il dolore, ma trasformarlo». Come l’uva che diventa vino. Come una storia vera che diventa cinema e alla fine resta ciò che fermenta nel silenzio, l’amore. Quello che passa di mano in mano, di radice in radice, di generazione in generazione. Come un vino che non smette mai di raccontarsi, vendemmia dopo vendemmia, tino dopo tino.