Mario Falcetti, via da Quadra. E adesso?
La notizia, diffusa da poco più di due settimane, è di quelle destinate a fare sensazione: Mario Falcetti, direttore generale e artefice del successo dell’ambizioso progetto franciacortino di Quadra – cantina che si deve alla volontà di Ugo Ghezzi, imprenditore nel settore delle energie rinnovabili che, dall’inizio degli anni Novanta, decide di investire nel mondo del vino – si è dimesso.
Inconciliabile, infatti, è risultato il disallineamento nella vision tra la Direzione e la proprietà dell’azienda (insieme a Ugo anche i figli Marco e Cristina), tanto da causare la remissione dell’incarico, in un periodo, peraltro, inutile negarlo, di profonda trasformazione per l’intero settore. C’è da dire, tuttavia, che Mario, uno degli allievi più celebri del glorioso Istituto Agrario di San Michele all’Adige (oggi Fondazione Edmund Mach,) con alla spalle un curriculum impressionante, tra centinaia tra pubblicazioni scientifiche, studi e memoir, oltre a una decennale e pionieristica esperienza in Contadi Castaldi, spesa nella messa a punto della tipologia Satèn, si è sempre mosso in anticipo sui tempi, impostando la sua esperienza in Quadra – e più in generale plasmando la sua idea di vino – sulla volontà di oltrepassare paradigmi.
Una sperimentazione tutt’altro che sterile, la sua, dato che anche nei progetti più recenti, che conservano la verve antidogmatica degli esordi, si rileva un denominatore comune, ovverosia la volontà di identificare il ruolo ‘narrativo’ svolto della bollicina all’interno del movimento enoico. Negli intenti di Mario la mission è chiara: puntare alla qualità assoluta, senza paura dell’impopolarità, alzare continuamente l’asticella, a livello di assemblaggi e affinamenti (è il caso dei prodotti a marchio Quadra, l’Eretiq, il Franciacorta privato della sua architrave, ossia dello Chardonnay, ma anche del Qzero, con l’80% della massa vinificato in barrique) e l’ambizione di creare esperienze non soltanto partecipative, ma veri e propri supporti nel processo di conoscenza della tipologia, come è accaduto per il Quvée. L’obiettivo, insomma, è di offrire al pubblico un “racconto liquido-alcolico” (nelle sue parole) che coniughi pulizia della fattura e raffinatezza delle lavorazioni, ma ricerchi anche incessantemente i limiti espressivi della tipologia, senza piegarsi alle necessità del mercato, per verificare quanto di inesplorato esista in un territorio, per carità, magnifico per qualità, vocazione e coerenza degli intenti, ma in cui talvolta si difetta nella capacità di rischiare.
Ritornando al presente, Mario è atteso da un (brillante) futuro da consulente agronomico/enologico, svolto verosimilmente non troppo distante dal quadrilatero a sud del Lago d’Iseo delimitato dall’Oglio e dal Mella (si vocifera di una serie di nomi “pesanti”), e, rafforzando il ruolo già svolto all’interno del Consorzio di Tutela del Franciacorta – nel quale, forte della delega alla Ricerca e Sviluppo, si occupa soprattutto di rapporto tra cambiamento climatico e comportamento della vite – in un ritorno all’attività di ricerca tanto amata. Come ci conferma quando lo interpelliamo a riguardo: «credo che mai come in questo momento ci sia spazio e necessità di esplorare ogni idea e ipotesi per consentire alla vigna di dare il meglio di sé in un contesto ambientale in rapida e repentina evoluzione. Ed è per questo che continuo ad attingere al mio bagaglio di conoscenze, sfruttando il mio DNA di ricercatore, per capire quale possa essere lo scenario più percorribile, in Franciacorta, ma anche altrove: il vecchio-nuovo vitigno Erbamat, protagonista di un ampio progetto di miglioramento genetico, il sempre più ricco e articolato ventaglio di vitigni resistenti (i PIWI NdR) le cui risposte organolettiche appaiono ogni giorno sempre più convincenti, l’ottimizzazione della risorsa idrica orientandosi a criteri ragionati, la gestione della parete vegetativa in vigna, integrando tra loro tecniche in apparenza contraddittorie, la rivalutazione di scelte e modelli viticoli ritenuti, in un contesto climatico differente, superati. L’insieme di questi e altri fattori, quali ad esempio una nuova “stagione” di portinnesti, potranno costituire i tasselli di un nuovo mosaico viticolo. Il paradigma dei prossimi decenni. Non esiste, infatti, la soluzione ideale, bensì un ventaglio di scelte ragionate e modulari capaci di massimizzare il risultato anno dopo anno, vendemmia dopo vendemmia. Il tutto con un occhio di riguardo alla qualità del prodotto, al risultato economico dell’azienda agricola e non da ultimo, all’ambiente».
I cocktail di Halloween
Accorgimenti che, a giudicare dai risultati ottenuti, apriranno una nuova e fervida stagione sia per la sua vita professionale che per il settore vitivinicolo.












