Al Dry di Milano, che ha conquistato in una tornata il settimo posto nella classifica 50 Top Pizza e il premio Miglior Pizza 2024 con la Margherita provola affumicata & pepe nero di Sarawak di Lorenzo Sirabella, miglior pizzaiolo d’Italia nel 2022, abbiamo incontrato il suo mastro Enzo Coccia durante una degustazione a 4 mani di quattro pizze memorabili. Tra le quali proprio la margherita vincitrice. E insieme con essa altre delizie quali, la Dry marinara (pomodoro San Marzano DOP, battuto di pomodoro e basilico, bagna cauda, aglio nero, pomodori di Piennolo Rosso DOP affumicati alle erbe, origano e basilico); Scarpariello (pomodoro San Marzano DOP, aglio, origano e basilico, Pecorino Moliterno IGP); Tonno & cipolla (crema di cipolla ramata, fiordilatte, genovese di tonno, cipolla di Tropea caramellata, katzobushi, cioè fiocchi di tonno, basilico). Insomma, davvero tanta roba.

Il critico Luciano Pignataro nel presentare la “mangiata” e i due pizzaioli ha paragonato il maestro Enzo Coccia a Cimabue, l’allievo Lorenzo Sirabella a Giotto. Ma Enzo Coccia, ha preferito usare l’espressione gemelli diversi. Due definizioni in fondo azzeccate entrambe. In fondo nella loro tavolozza d’ingredienti troviamo molti elementi comuni, a cominciare dalla ossessione per la materia prima e il pomodoro cavolo! Sarà che per un milanese e non solo un buon pomodoro oramai è una foglia d’oro, ma nelle pizze di entrambi il pomodoro è lucente in bocca come un fondo oro.

«Poniamo un punto fondamntale – dice Enzo Coccia -. Noi siamo degli artigiani, non creiamo qualcosa dal nulla. Seguiamo una scuola, che nasce dalla fine del XVIII secolo a Napoli, quindi è la bottega il centro creativo dei pizzaioli e come in tutte le botteghe c’è un interscambio tra maestro e allievo».

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Gemelli diversi…

«Perché nasciamo in due quartieri di Napoli differenti. Uno popolarissimo a ridosso di Forcella e uno di operai e di media borghesia a Socavo. Il primo si fa testimone della pizza tradizionale napoletana (il mio), l’altro cerca un’altra strada. La strada di andare avanti e non fermarsi, la strada della rivisitazione. Ma sai come diceva Edoardo De Filippo? Se conosci la tradizione è come se tu facessi un tuffo, utilizzi il trampolino di lancio e più vai in alto. Questo è il nocciolo di essere uniti e gemelli diversi».


Veniamo alle forme delle pizze che ci avete servito

«Le forme e le dimensioni delle pizze non sono casuali. Rappresentano la tradizione di Napoli, perché nei quartieri popolari si consumava una pizza gigante, la “ruota di carro” e mangiava tutta la famiglia (noi abbiamo gustato la Scarpariello). Ma più sali nei quartieri ricchi si mangia la pizza mignon del diametro di 28 cm. Il peso delle pizze però è uguale».

Ma il condimento cambia?

«No, alla fine è la stessa quantità di pomodoro e mozzarella»

Di tutte le pizze che abbiamo assaggiato alla fine la cosa, al netto degli ottimi impasti, è stato il pomodoro. E qui interviene l’allievo Lorenzo Sirabella del Dry Milano. «Se oggi mangiamo questo pomodoro al 95% è grazie a Enzo, perché 20 anni fa non c’era più il San Marzano».

«Anche di più – Aggiunge Coccia -. Il pomodoro San Marzano era stato cancellato. Anche per le regole europee, perché cresce sulla pergola ed è più a ischio infezioni. Con SlowFood, a cui sono iscritto da 30 anni e a cui collaboro, la nostra missione è salvare prodotti in estinzione, tra questi abbiamo recuperato il pomodoro San Marzano».

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