Il primo Extra Brut di Abelé 1757
Sono 1757 le bottiglie di Blanc de Blancs Extra Brut – edizione limitata e numerata – che Abelé 1757 lancia sul mercato. Un numero non certo casuale, che rimanda immediatamente all’anno di fondazione della Maison, più di 250 anni fa, la quinta Maison de Champagne più antica di tutta la Francia.
Poche bottiglie per una cuvée particolare: 100% Chardonnay e soprattutto Extra Brut, con un dosaggio zuccherino di appena 3 grammi/litro, reso possibile dalla vendemmia 2019 di cui questo Champagne è in gran parte composto, un’annata di sole e calore. E se il basso dosaggio ne ha esaltato la mineralità, decisivo è stato il poignettage, una particolare tecnica ormai quasi abbandonata, che consiste nell’agitare ogni bottiglia (a mano, una per una, 12 volte ogni tre mesi durante i 4 anni di sosta sui lieviti), energizzando il vino, arricchendolo di aromi, ma soprattutto aumentandone la struttura e la persistenza in bocca. “Ode allo Chardonnay” è il sottotitolo di questa bottiglia, proposta a circa 115 euro in enoteca e nell’alta ristorazione.


È la prima volta che la Maison propone un Extra Brut, pur rimanendo nello stile Chardonnay, alla base dei suoi Champagne. Abelé 1757 Brut (6% di dosaggio, quindi già molto equilibrato e 40% Chardonnay, proposto a circa 60 euro) è infatti una delle bottiglie simbolo di questa cantina che ama definirsi “a misura d’uomo”. La produzione complessiva mantiene uno spirito artigianale ed è limitata a 400mila bottiglie l’anno, a lunga maturazione. Nessun vigneto di proprietà, ma 35 ettari di conferitori tra i quali vengono selezionate le uve. Spettacolari cantine del 1880, due chilometri di gallerie e caverne di gesso a 20 metri di profondità, dove la conservazione e l’invecchiamento del vino sono garantiti da buio, temperatura e umidità costanti. Vero simbolo di Abelé 1757, le cantine sono raffigurate anche nel logo e quindi riprodotte su ogni etichetta.


E poi, una storia antica che è anche un po’ leggenda: per esempio il significato di quel “Sourire” (sorriso) che dà il nome al suo Champagne più iconico e raro, Le Sourire de Reims. Alla fine della Prima Guerra Mondiale la città di Reims era praticamente distrutta e con lei la sua Cattedrale. Tra le opere danneggiate, la statua di un angelo dall’enigmatico sorriso, particolarmente cara agli abitanti. Henri Abelé, trisnipote del fondatore, creò una particolare cuvée i cui proventi furono destinati al restauro completo dell’“Angelo che sorride”. La statua diventò simbolo di ricostruzione e speranza. E oggi Le Sourire de Reims è un millesimato di gran pregio, prodotto soltanto nelle migliori annate e proposto a circa 170 euro.
A tu per tu con Romano Dal Forno
Da 5 anni a questa parte è lo Chef de Cave Etienne Eteneau a firmare le nuove bottiglie, tra cui questa edizione limitata. Una figura, quella dello Chef de Cave, ancora poco nota, ma che in Champagne ha un’importanza fondamentale. Un po’ enologo, un po’ cantiniere e degustatore è a lui che si deve il carattere specifico di ogni cuvée; ma soprattutto è suo il compito di trasmettere l’anima dell’azienda, di rispettare anno dopo anno il filo conduttore della storica Maison.
«Seguo tutti i processi di produzione – ci racconta Etienne Eteneau – la selezione delle uve, i rapporti con i vignerons, l’approvvigionamento in base ai terroirs e alle annate. E poi la vinificazione, gli assemblaggi, la sboccatura… La vera difficoltà del mio lavoro è portare avanti la tradizione e allo stesso tempo innovare. I gusti (e con loro il mercato) si evolvono e per questo bisogna modernizzare: ma in modo delicato, sottile, quasi impercettibile».


Quali sono quindi i caratteri distintivi di questa Maison? «Protagonista è lo Chardonnay, al centro degli assemblaggi, che garantisce eleganza, finezza e freschezza – continua Eteneau -. Conservare questa freschezza, sia nelle cuvée più giovani sia in quelle invecchiate, è per me un punto d’onore fin dall’inizio del processo di vinificazione. Un altro pilastro dello stile di Abelé 1757 è la persistenza, una certa complessità, una scia di profumi che continua in bocca dopo la degustazione».
Villa Corniole Sagum 2018 Pinot Nero Trentino Doc Superiore Valle di Cembra
Per assicurare nel tempo un linguaggio omogeneo, lo Chef de Cave utilizza diversi strumenti. «Mi garantisco approvvigionamenti di uva molto abbondanti, in modo da non avere problemi anche nelle annate scarse» dice Eteneau. «Lavoro molto sui “vin de réserve”, vini appositamente conservati e invecchiati, ognuno proveniente da specifiche vendemmie e con particolari caratteristiche. I vin de réserve sono fondamentali durante gli assemblaggi, parliamo ovviamente di Champagne non millesimati. Consentono varietà e diversità e sono ciò che determina davvero il risultato finale».
Gli assemblaggi sono alla base non solo della coerenza di stile, ma anche della sua evoluzione verso una maggiore complessità e “precisione”. «Mi piace l’idea di uno Champagne con molte chiavi di lettura, come un libro. C’è l’introduzione, poi il cuore, e infine la conclusione… Uno Champagne piacevole e appagante, perfetto per brindare durante una festa, che però ad un assaggio più attento riveli diversi strati di complessità. Cerco il punto di incontro tra accessibilità e ampiezza di sfumature, tra semplice brindisi e degustazione. Il carattere artigianale della Maison consiste proprio in questo, la possibilità di una ricerca continua» conclude Eteneau.
Prova ulteriore di questo rinnovamento è il debutto, con l’edizione limitata Blanc de Blancs Extra Brut, di una nuova bottiglia, con le spalle più larghe, il collo lungo e il vetro color rovere; diventerà d’ora in poi la forma prescelta per tutte le Cuvée di questo marchio, che dal 2019 è parte del gruppo vinicolo Nicolas Feuillatte.
Paradise
«Abbiamo pensato a questo Extra Brut per due mercati, quello francese e quello italiano» puntualizza Anne-Laure Domenichini, responsabile della comunicazione di Abelé 1757. «In Italia siamo presenti da soli due anni, distribuiti in esclusiva AGB Selezione, ma ci aspettiamo un ottimo risultato: l’Italia ha un palato colto, capace di apprezzare il suo gusto secco e minerale e allo stesso tempo avvolgente, grazie proprio all’interazione tra il vino e i lieviti ottenuta con il poignettage» conclude Domenichini. «E questa bottiglia vuole essere ambasciatrice del nuovo stile della Maison».













