Bàtu, Taormina (ME)
Taormina, l’inedito che non ti aspetti
Il Grand Hotel San Pietro e il ristorante Bàtu dello chef Luca Miuccio raccontano un nuovo modo di vivere il lusso: autentico, locale, sorprendente.
Non amo scrivere gli articoli in prima persona, lo trovo deontologicamente poco corretto. Ma questa volta ho deciso di farlo, perché credo che questo racconto debba essere personale.
Chi scrive arriva dalla provincia di Messina: per me Taormina non è mai stata una meta turistica, ma un luogo dell’abitudine, delle passeggiate, degli incontri con un’amica che vive a pochi chilometri da qui. Forse per questo, soggiornare a Taormina è stato un inedito ancora più interessante.
Di questa città mi sorprende ogni volta la professionalità e la genuinità del personale — personale locale, e non è una banalità. In un hotel cinque stelle lusso ci si aspetta di trovare staff internazionale, e invece ci si ritrova accolti da persone dei paesi vicini, che negli anni hanno imparato a conoscere e gestire una clientela cosmopolita con naturalezza e precisione impeccabile.
È la sensazione che ho avuto al Grand Hotel San Pietro, leggermente defilato rispetto alle strutture di lusso del corso principale. Una villa dei primi del Novecento, oggi di proprietà Lindbergh, che regala la vista mozzafiato dell’Isola Bella, sospesa tra cielo e mare. Completamente restaurato, l’hotel ospita sei outlet ristorativi, ma quello di cui vale la pena parlare è Bàtu, il ristorante guidato dallo chef Luca Miuccio. Sul sito è definito “ristorante gourmet”, ma personalmente non userei questo termine: più che di etichette, qui si parla di equilibrio. Lo studio dei piatti si fonde perfettamente con un servizio impeccabile — sì, impeccabile davvero, lo ridico. Durante la cena mi sono sorpresa a controllare sull’app della Michelin quante stelle avesse il ristorante. E con stupore ho scoperto che non è nemmeno menzionato in Guida.
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La mia esperienza inizia con un dettaglio che dice già tutto sull’attenzione al cliente: la scelta degli occhiali. Se hai difficoltà a leggere il menu, il personale ti offre otto diverse gradazioni di lenti. Un gesto semplice, ma eloquente.
Il ristorante si trova sulla terrazza dell’hotel, affacciata sul mare. La tavola è essenziale: niente posate o bicchieri, tutto pensato per lasciare spazio alla vista e al racconto dei piatti.
Tre i menu degustazione, che riflettono la filosofia dello chef e la sua attenzione per il mondo vegetale. Il primo, “Elementi”, è interamente vegetale; gli altri due, “Equilibrio Mediterraneo” (a base di pesce) e “La Raccolta delle Olive” (a base di carne), riprendono le stesse basi, variando solo la proteina principale. Una costruzione intelligente, coerente e circolare.
L’entrée vuole evocare il mare, senza mostrarlo. C’è una lenticchia di Ustica marinata con miso e lime che ricorda il caviale; una finta spuma di riccio che è in realtà topinambur con pomodoro e alga marina; una fragola trattata con erba cipollina e capperi servita come fosse una tartare di tonno; un pomodoro sott’olio con estratto di peperoni e polvere d’olio aromatizzata alla pesca; e infine un cipollotto di Giarratana cotto per tre mesi, a evocare la consistenza di una seppia.

Segue un amuse-bouche poetico e simbolico: una grande chips di patate che va spezzata con il cucchiaio per svelare al di sotto un mosaico di vegetali autoctoni siciliani. Il gesto della rottura rimanda alla leggenda di San Pietro: quando giunse a Taormina, fu accolto con un piatto avvelenato e si salvò grazie a un ramoscello d’ulivo con cui lo spezzò. Qui, rompere la cialda è un augurio: che la cena inizi sotto buoni auspici.
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Grande attenzione anche alla selezione del pane e alla scelta degli oli, tutti siciliani.
Poi arriva il piatto firma, il “Pesce rosso”: un piccolo capolavoro. Due piatti sovrapposti, nel primo il disegno di un pesce che in realtà è un omaggio al pomodoro: all’esterno arrosto, al centro un umami di pomodoro con estratto di prezzemolo. Sollevando il coperchio, si scopre una ricciola marinata e affumicata, servita con salsa all’aglio nero, umami di pomodoro e una bruschetta azotata aggiunta al tavolo. L’invito è quello di “fare la scarpetta” con la ricciola e non serve aggiungere altro: un piatto che conquista.

Si prosegue con la carota, articolata in tre preparazioni: un flan di pastinaca bianca fermentata a forma di coniglietto, una carota scottata con burro chiarificato e aromi, un estratto di foglie e una glassa acidificata al passion fruit; il tutto accompagnato da scampo maturato con aglio nero ed erba cipollina.
La cena continua con altri piatti simbolo dello chef, come il peperone “ammutunatu” con piccione e i fusilloni con crema di cicerchia. Ne emergono la sua storia, i ricordi, la sua Sicilia.

Accanto a Miuccio, una squadra di valore: Luigi Bonomo, Carmelo Famà, Giulia Meli, la sommelier Angela Fresta e tutto lo staff di sala e cucina.
E per quanto mi riguarda, questo ristorante la stella la merita tutta.















