Spira un vento nuovo, che parte dall’antico ma sospinge le vele del futuro, e che soffia tra le colline di Modena e le pianure di Reggio Emilia. Non è brezza che accompagna le viti di Grasparossa, Sorbara o Salamino, ma un’energia collettiva. Un’intenzione che ha preso forma nell’estate del 2024 e che oggi porta un nome preciso: I Custodi del Lambrusco.

Produttori, cantine, aziende ma anche enologi e agronomi, mossi dalla stessa domanda fondamentale «Cosa possiamo fare per custodire l’essenza del Lambrusco?». Da qui la risposta condivisa, solida e pubblica. Nasce un’associazione che è molto più di un coordinamento tecnico: è una vera e propria rivoluzione gentile, un movimento culturale che vuole cambiare il modo in cui il mondo percepisce uno dei simboli più autentici del vino italiano.

A comporre questo mosaico di passione e territorio sono i soci dei Custodi del Lambrusco: cantine storiche e realtà emergenti che, insieme, raccontano la ricchezza del vino emiliano. Tra queste spiccano: Manicardi, Messori, Pezzuoli, San Paolo, Buonariva, Ca’ de’ Medici, Cantina della Volta, Divinja, Ventiventi, Vezzelli Francesco e Zucchi, affiancate da Cavaliere, Cleto Chiarli Tenute Agricole, Fattoria Moretto, Garuti Vini, La Battagliola, La Piana Winery e Le Casette. Non mancano Lini 910, Marchesi di Ravarino, Opera02, Podere il Saliceto, Rinaldini, Terraquilia, Venturini Baldini, Villa di Corlo e Zanasi Società Agricola. Ognuna di queste realtà porta con sé esperienza, visione e cura, contribuendo a costruire la grandezza del Lambrusco, bottiglia dopo bottiglia, vigneto dopo vigneto.

Il Lambrusco, questo vino rosso frizzante che da secoli accompagna le tavole dell’Emilia, ha vissuto tempi di grande popolarità, spesso travisato da un’immagine superficiale e forse troppo banalizzata. I Lambrusco non sono la Coca Cola del vino. Per niente al … sorso. I Custodi lo rivendicano come vino a suo modo complesso, generoso e profondamente radicato nel territorio. Non più solo bollicine leggere e spensierate, ma racconti di storia, identità e autenticità che attraversano generazioni di viticoltori.

«L’esigenza è quella di promuovere un territorio, le sue denominazioni, le sue peculiarità e le sue tradizioni, preservando una viticoltura di qualità e comunicando un territorio insieme», spiega Fabio Altariva, presidente dell’associazione. Parole che sintetizzano la missione: ridare centralità al Lambrusco come patrimonio culturale e vitivinicolo, capace di dialogare con il contemporaneo senza tradire il passato.

Il nome stesso, Custodi del Lambrusco, racchiude un gesto simbolico e concreto: prendersi cura di ogni grappolo, di ogni fase produttiva, di ogni bottiglia. Silvia Zucchi, socia fondatrice, racconta che l’idea nacque da una foto di un grappolo custodito tra le mani: un gesto semplice che diventava emblema di responsabilità, cura e passione. Da qui i cinque interrogativi giornalistici diventano chiavi di volta, o meglio svolta, per comprendere un fenomeno che sta facendo parlare molto di sé.

Who? Produttori e agronomi che lavorano con le mani e con il cuore, uniti da una visione condivisa: difendere e promuovere il Lambrusco, restituendogli la dignità di grande vino.

What? Una gamma di vitigni straordinaria: Grasparossa, Sorbara, Salamino, Foglia Frastagliata, Barghi, Maestri, Marani, Montericco, Oliva, Viadanese, Benetti, Pellegrino. Ciascuno con la propria storia, colore e profumo, tutti accomunati dalla capacità di esprimere complessità, freschezza e versatilità. Dal Sorbara delicato e floreale al Grasparossa intenso e strutturato, fino al Salamino generoso, ogni Lambrusco racconta un territorio e una tradizione.

Where? Tra le province di Modena e Reggio Emilia, dove le colline incontrano la pianura, dove il Secchia e il Panaro accarezzano le vigne. Qui i terroir cambiano di comune in comune, e ogni microzona conferisce al vino un carattere unico: Castelvetro, Bomporto, Carpi, Scandiano e Canossa diventano nomi che non sono solo geografia, ma storie di terra, clima e mani sapienti.

When? La rivoluzione è iniziata a settembre 2024 con la nascita dell’associazione, ma il momento simbolico è il 13 febbraio 2025, quando il direttivo approva il Manifesto dei Custodi del Lambrusco. Otto punti che sono un codice etico e poetico, un documento che non parla solo di vino, ma di identità, cultura e futuro. Il manifesto è stato presentato pubblicamente il 31 marzo 2025, tra giornalisti e operatori del settore, come un atto di visibilità e dichiarazione di intenti.

Why? Perché il Lambrusco merita di essere raccontato nella sua interezza. Perché dietro ogni bollicina c’è lavoro, passione e attenzione. Perché il vino non è solo un prodotto ma è memoria, emozione e orgoglio collettivo. I Custodi vogliono difendere la qualità, la filiera e la trasparenza, affermando senza ambiguità: «Il Lambrusco non è un vino banale. Può essere leggero e spensierato, ma mai superficiale».

I Custodi incarnano così una vera e propria rivoluzione culturale. Non è solo una difesa del territorio o del cosiddetto essere autoctoni, ma una volontà di cambiare la narrativa, di far emergere la complessità del Lambrusco e la sua capacità di dialogare con ogni cucina, tradizionale o innovativa, italiana o internazionale. Ogni bicchiere diventa un invito alla curiosità, un ponte tra passato e futuro, tra tradizione e sperimentazione.

La produzione stessa diventa una metafora di questo impegno: dalla vigna alla cantina, dalla spalliera al metodo ancestrale o Charmat, i produttori seguono l’intero ciclo, assicurandosi che ogni bottiglia sia espressione pura del territorio. È una filosofia che unisce tecnica e poesia, mestiere e arte, visione e concretezza.

E in ogni sorso, il Lambrusco racconta la sua storia: l’intensità del Grasparossa di Castelvetro, la fragranza del Sorbara di Bomporto, la generosità del Salamino di Santa Croce, la delicatezza del Montericco. Un mosaico di aromi, acidità, bollicine e colori che riflette l’anima multiforme di un vino che è orgoglio regionale e patrimonio nazionale.

I Custodi del Lambrusco sono oggi testimoni di un cambiamento inevitabile: non più un vino relegato alla leggerezza di consumo, ma un simbolo di eccellenza, cultura e radicamento. Una rivoluzione gentile, sì, ma potente, che mette al centro l’uomo, il territorio e la conoscenza. Un’iniziativa che invita a guardare il Lambrusco con occhi nuovi, aperti alla bellezza delle sfumature e alla ricchezza delle storie possibili.

In un mondo che spesso corre veloce, i Custodi ci ricordano che il tempo del vino è un tempo di cura e di amore, e che custodire significa proteggere, ma anche raccontare. La lentezza, oggi, diventa valore. Perché il Lambrusco non è solo un vino ma un manifesto di territorio, tradizione e innovazione, una promessa di bontà che attraversa le generazioni e che oggi è pronto a far sentire la sua voce effervescente… ma libera.