I rincari delle carte dei vini è il tema del momento, anticipato già nel 2024 da fancy magazine nella storia di copertina Il vino è una cosa per ricchi (e over)? , al punto che una delle categorie dei fancy award, lanciati a settembre e di cui sono aperte le candidature fino a febbraio, è stata dedicata proprio alle Wine List Client Friendly e avrà come main sponsor il Gruppo Meregalli, uno dei più importanti player della distribuzione italiana.

Ed è proprio con Marcello Meregalli, amministratore delegato dell’azienda di famiglia, fondata nel 1856 (nel 2026 celebrerà 170 anni di attività), che facciamo il punto della situazione del mercato del vino italiano a poche settimane dalla fine del 2025.

Che anno è stato?
Il 2024 era stato un anno in crescita ma all’insegna della stabilità e pensavamo che fosse lo stesso anche per il 2025. Il vino invece ha marcato la crisi, gennaio e febbraio sono stati mesi tranquilli, marzo, aprile e maggio sono stati un disastro per Champagne, grandi vini rossi e grandi vini bianchi. È andata male sia in Italia sia all’estero sono stati due mesi e mezzo di blocco totale, a causa di dazi, caro prezzi, battaglie contro l’alcol. Da giugno, poi, almeno per noi di Meregalli, la macchina è ripartita bene e, fino a oggi, siamo leggermente sopra i numeri del 2024. Contiamo di chiudere con un meno a una cifra, e spero anche bassa. Sono ripartiti i consumi anche dei vini importanti. Il flusso di fatturato del 2025 è, in sintesi, molto simile a quello del 2019, ossia in stallo nel primo semestre e in crescita significativa nel secondo. Natale sta andando bene: avendo un aumento del caro prezzi, dalle vacanze al telefonino, il vino a 50 euro in enoteca è diventato un buon argomento di regalistica.

In tutto questo ci sono altre criticità che incidono su questa situazione?
Abbiamo assistito a un down delle auto nel 2023, a un down degli orologi nel 2024, a un down del settore moda ancora prima, adesso c’è il down nel vino, ma altri trickness non ne vediamo. Si dice che i giovani non bevano, ma i dati mondiali parlano di un consumo di vino e birra e in discesa mentre gli spirits sono in aumento. Questo probabilmente significa non è vero che i giovani non bevono alcol, credo che sia più un problema di comunicazione e di prezzi sul vino. Costa meno bere due gin&tonic anziché un calice di Champagne.

Il tema dei ricarichi del vino nei locali è attualità. Lei cosa ne pensa?
Nel 2019 quando si usciva si potevano trovare vini al bicchiere a 7-8 euro, oggi è difficile spendere meno di 15 euro al calice. E non è questione di inflazione. Il vino di base è un alimento, le persone che non sono così appassionate non sono disposte a spendere certe cifre. Nel nostro catalogo notiamo un ritorno del Prosecco e di vini di zone come Marche, Lazio e Puglia, che permettono di avere un prezzo più basso di vendita e chiaramente anche di acquisto. Anche lo Chablis sta andando molto bene perché ristoranti e top hotel lo stanno mettendo al bicchiere al posto degli Champagne: un esempio è lo Zuma di Roma, che ha inserito il nostro Chablis by the glass assieme a Bollinger. La mia vuole essere una riflessione costruttiva, non una polemica sterile.  Senza vino il ristorante chiude, lo sappiamo bene, il ricarico sugli alcolici permette di coprire bene i costi. Conviene marginare su prodotti con prezzi più “friendly” ma facendo più volumi o su poche bottiglie a costi più alti? A mio avviso la prima opzione è quella giusta. Oggi è tempo di Rosso di Montalcino anziché di Brunello.

Insomma, le carte dei vini vanno ripensate…
È un lavoro che non è mai stato fatto, ma oggi lo scenario è cambiato. Ci deve essere assolutamente un ripensamento generale delle carte dei vini, proponendo anche prodotti meno famosi, magari da regioni meno note, che permettano di uscire a un prezzo intelligente con un buon margine per il ristorante.  Persino a Parigi si è finalmente iniziato a rivedere Champagne sotto i 100 euro…

La questione del ricarico dei prezzi è un problema solo dell’Horeca o dei produttori oppure anche dei distributori?
La colpa è di tutta la filiera, noi distributori compresi. I ricarichi prima erano per tre o per cinque sui vini di fascia medio bassa, sul Sassicaia facevi per due. Oggi si fa per cinque anche sulle grandi bottiglie. Le enoteche sono state quelle che hanno mantenuto i prezzi più stabili. La ristorazione, invece, ha esagerato, ha spinto troppo con i ricarichi. Tornare indietro è faticoso ma bisogna farlo. Tra i produttori chi ha fatto scoppiare il bubbone sono state le Maison de Champagne: post Covid hanno fatto aumenti mostruosi influenzando tutto il mondo del vino, ma il risultato è stata una frenata pesante delle vendite. Quest’anno, con sconti, budget di marketing sul by the glass e così via, gli Champagne delle grandi Maison stanno ripartendo. In questo scenario i Récoltant si sono fatti strada, tant’è che, lato nostro, nel 2025 le vendite di Champagne dei piccoli produttori chiuderanno con ricavi uguali al 2024, che è stato l’anno record.

E Bollinger, di cui siete distributori per l’Italia da anni?
Bollinger è un brand “figo” e conosciutissimo e forse è una delle poche grandi Maison che non ha fatto aumenti esagerati. Siamo in crescita in quantità e in fatturato, il 2025 sarà il nostro anno record in assoluto per Bollinger.

Molti sommelier parlano anche di restringere le carte dei vini e di aumentare la rotazione.
È quello che accade esattamente anche negli Stati Uniti. Le carte vini americane ruotano in base a stagionalità, eventi, momenti di flussi più alti di avventori e turisti. Sta diventando così probabilmente anche da noi, in Italia. I sommelier devono diventare manager, ossia guardare l’economia del locale. Come i wine manager della gdo devono far ruotare lo scaffale, anche i sommelier devono far ruotare la cantina.

Ma questo non porterà a un impoverimento?
La distribuzione in questo scenario diventerà fondamentale. Le aziende di distribuzione hanno cataloghi pieni e chi non è riuscito a crearsi un brand farà molta fatica. Chi non è riuscito a diventare famoso rischia di scivolare sempre più in basso e magari vendere sfuso alle grandi realtà. Di positivo c’è il fatto che si inizierà a conoscere delle aziende diverse. Poi, c’è l’effetto Instagram…

In che senso?
Prima andavi a fare i track day in autodromo a Monza e chi aveva la Renault era fortunato, aveva già una macchina bella, oggi le auto ritenute “base” sono le Porsche, così i ragazzi pensano che non potranno mai permettersela e rinunciano. Stiamo rischiando la stessa cosa anche con il vino, che molti possono pensare di non potersi permette. Ho visto migliaia di post e storie su Instagram, subito dopo il Covid, di ragazzi che stappavano Sassicaia, Masseto eccetera solo per farsi selfie. Ma la passione per il vino non si gioca solo sui vini costosi, non bisogna spendere follie per goderselo. Mi auguro che oggi la direzione sia verso una moralizzazione dei consumi.

La stessa cosa vale per il fine dining?
Sicuramente. Io da un po’ parlo di fun dining: divertire, non fare cerimonie al vino e allo chef. Insomma, deve cambiare anche la ristorazione: i costi dei piatti sono troppo alti nei ristoranti gourmet. Negli ultimi dieci anni i ristoranti stellati sono raddoppiati, ma il potere di spesa media del consumatore è sempre quello. Credo che nel piatto le persone cerchino semplicità e verità, come anche nel turismo: anche i big spender oggi ritengo lusso l’esperienza e il servizio più che la location fastosa.

Quindi, quali sono secondo lei i “to do” del mondo del vino?
1. Meno violetta e sella bagnata e altri sentori strani, più sorrisi e bicchieri per tutti.
2. Cambiare la comunicazione: va bene ogni tanto stappare vini costosi e blasonati, ma il vino è un alimento, compagno perfetto di tutti i giorni, di pranzi, cene e aperitivi. Dobbiamo tornare a prenderci le posizioni erose dagli spirits che in comunicazione, più smart e spensierata, stanno vincendo rispetto al vino. 3. In ultimo, ma non per ultimo, calmierare i prezzi, in modo da rispondere alle esigenze di una clientela che è cambiata. Chi gestisce le carte vini dei locali e degli hotel non può essere solo sommelier, ma anche un manager che va a caccia di vini buoni ma profittevoli per tutti.