A quasi tutti gli appassionati di vino è capitato di degustare un’etichetta in cantina, al tavolo di un ristorante o durante una degustazione organizzata, innamorarsene e, una volta tornati a casa, scoprire che quel vino sembrava aver perso qualcosa. I profumi erano meno coinvolgenti, il sorso appariva meno armonioso e l’esperienza non corrispondeva al conservato. La spiegazione più immediata è quella emotiva. Il contesto, il racconto del produttore, il servizio del ristorante o l’atmosfera di una degustazione contribuiscono inevitabilmente a rendere quel momento unico, difficile da replicare. Ma non sempre è solo una questione di suggestione. Spesso la differenza è reale e dipende da un protagonista silenzioso: il calice.

Oggi sappiamo che il calice non è un semplice contenitore, ma uno strumento capace di influenzare il modo in cui percepiamo aromi, equilibrio, freschezza, struttura e persino la progressione del vino durante la degustazione. Un calice progettato per valorizzare il vino ne accompagna la migliore espressione. Al contrario, scegliere un calice basandosi esclusivamente sull’estetica significa rinunciare, spesso senza rendersene conto, a una parte dell’esperienza di degustazione. Tutto questo potrebbe sembrare un argomento riservato ai professionisti ma riguarda molto più da vicino il consumatore.

Quando decidiamo di acquistare un vino importante siamo disposti a investire decine, talvolta centinaia di euro, nella convinzione che quella bottiglia saprà regalarci un’esperienza memorabile. Eppure, spesso, quel vino viene poi servito in un calice scelto esclusivamente perché bello da vedere o perché presente nel servizio di casa e, senza rendercene conto, una parte di quell’esperienza si perde. È un po’ come acquistare un brano musicale in alta definizione e riprodurlo attraverso un impianto di qualità modesta. La sorgente non cambia, ma cambia profondamente ciò che arriva ai nostri sensi.

©Fabrice Gallin

Il vino, dunque, non termina il suo viaggio nella bottiglia, ma nel calice. Il calice rappresenta infatti l’ultimo anello della filiera del vino. È l’ultimo strumento con cui il vino entra in contatto prima di incontrare i nostri sensi e, proprio per questo, può contribuire a valorizzarlo oppure limitarne l’espressione. Questa consapevolezza nasce da anni di ricerca sul rapporto tra forma del calice e percezione sensoriale e da cui è nata la filosofia del calice sensoriale.

Allo stesso modo, anche il tema del prezzo merita una riflessione. È comprensibile che l’acquisto di calici professionali possa apparire inizialmente impegnativo, soprattutto in un periodo in cui il costo di molti beni è aumentato sensibilmente. Ma forse vale la pena cambiare prospettiva. Un calice professionale non dovrebbe essere considerato un semplice accessorio della tavola, bensì uno strumento destinato ad accompagnarci per molto tempo. Se siamo disposti a investire quaranta o cinquanta euro in una bottiglia destinata a essere bevuta in una sola occasione, forse vale la pena riflettere anche sull’acquisto di uno oggetto che ci accompagnerà in più momenti e valorizzerà ogni bottiglia che stapperemo. Se poi si pensa che il costo di un calice soffiato a bocca e lavorato a mano corrisponde spesso a quello di una bottiglia di vino di fascia media, l’investimento assume un significato completamente diverso.

Non tutti i calici offrono la stessa esperienza. I modelli realizzati con tecnologie meccaniche di ultima generazione rappresentano oggi un eccellente compromesso tra prestazioni e praticità nell’utilizzo quotidiano. I calici soffiati a bocca e lavorati a mano, invece, aggiungono una componente emozionale ulteriore. La loro straordinaria leggerezza, la sottigliezza del bevante e la flessibilità del vetro trasformano il semplice gesto di roteare il vino in un’esperienza tattile oltre che sensoriale.

Molti appassionati rinunciano a questa esperienza per il timore di rompere i calici. In realtà i moderni calici professionali sono molto più resistenti di quanto comunemente si creda: si possono lavare in lavastoviglie con programmi non aggressivi e, se la macchina dispone della funzione di dissipazione del vapore, spesso non richiedono nemmeno l’asciugatura manuale, che rimane uno dei momenti più delicati in cui si verificano più frequentemente le rotture.

Per chi desidera iniziare ad avvicinarsi al mondo dei calici sensoriali non è necessario riempire una credenza. L’ideale sarebbe poter disporre di almeno tre tipologie differenti: un calice dedicato agli spumanti e agli Champagne, uno pensato per vini eleganti, freschi e di grande bevibilità e un terzo destinato ai vini più complessi, strutturati e da lungo affinamento.

È la stessa filosofia che ha portato allo sviluppo dei calici Tailor Made, progettati insieme a produttori e Consorzi di tutela per interpretare al meglio territori e vini come Barolo, Brunello di Montalcino, Amarone della Valpolicella e Oslavia.

Se però lo spazio è limitato, la scelta migliore è probabilmente un’altra: acquistare il calice più adatto ai vini che beviamo più spesso ad esempio grandi vini strutturati, quelli di tensione minerale o spumanti Metodo Classico. Scegliere il calice in funzione delle proprie abitudini significa investire sull’esperienza che vivremo più frequentemente.

C’è poi un modo semplice e divertente per capire davvero quanto il calice influenzi la degustazione: versare lo stesso vino in due o tre calici diversi e assaggiarlo senza preconcetti. Non serve essere sommelier. Bastano curiosità e attenzione. È uno di quei rari casi in cui la degustazione diventa un gioco intelligente, capace di allenare i sensi, stimolare la conversazione e far scoprire quanto uno stesso vino possa raccontare sfumature differenti semplicemente cambiando il modo in cui lo osserviamo, lo annusiamo e lo assaggiamo.

Perché bere vino è, prima di tutto, un piacere. E quel vino che sembrava aver perso qualcosa, in realtà, aveva semplicemente bisogno del calice giusto per raccontarsi.