Appena trent’anni, eppure già un bagaglio di vita e di calici che sembra appartenere a un percorso molto più lungo. Arrivata al mondo del vino solo dopo i 22 anni, prima dietro il banco di un wine shop, poi tra i profumi delle cantine, quindi nelle strategie del marketing e ora, come un cerchio che si chiude e allo stesso tempo si riapre, con la fascia di Miglior Sommelier d’Italia 2025 stretta tra le mani. È la parabola di Ilaria Lorini, cresciuta a Tavernelle Val di Pesa, nel cuore verde del Chianti, dove il vino non è un semplice prodotto ma un paesaggio dell’anima. Da lì è iniziata una passione che oggi l’ha portata sul palco della Stazione Leopolda di Firenze, davanti a un pubblico che l’ha vista emozionarsi ma anche restare lucida, quasi incredula, mentre veniva pronunciato il suo nome. La incontriamo qualche giorno dopo il trionfo. Ovviamente l’agenda è già piena, più di prima, ma lei sembra muoversi con una leggerezza che nasce dall’umiltà di chi non abbia raggiunto un traguardo, appunto, ma un nuovo punto da cui ripartire. Ogni parola pesa, ma scivola naturale, come un sorso ben calibrato. Parla di sé, del vino, del futuro. E lo fa con quella sincerità che, in fondo, è il vero tratto distintivo dei grandi comunicatori.

Cosa significa essere Miglior Sommelier d’Italia, da un punto di vista personale e professionale?

«È una soddisfazione immensa, quasi difficile da credere. Sono passate alcune settimane, eppure ogni tanto mi sorprendo ancora a pensare: “È successo davvero?”. L’agenda è diventata frenetica, gli impegni si moltiplicano, ma è bellissimo. È come essere entrata in un flusso nuovo, più ampio, più responsabilizzante. Però non lo considero un punto di arrivo. Questo titolo è un trampolino, un invito a non fermarsi. Il mondo del vino è troppo vasto per permettersi di sentirsi arrivati. La curiosità resta il mio motore, e la conoscenza la mia rotta. Senza queste due cose, nessuna vittoria avrebbe senso».

Essere la terza donna a vincere in sessant’anni di concorso, che sensazione dà e che valore aggiunge?

«È un dato che fa riflettere, ma che non voglio usare come bandiera. Il mondo della sommellerie è molto più avanti di quanto si creda: è un ambiente che premia la competenza, la sensibilità, la capacità di comunicare. Non il genere. Essere donna è una parte di me, certo, ma non è ciò che definisce il mio lavoro. Preferisco pensare che ogni vittoria di una donna o di un uomo dia un segnale all’ambiente: che la qualità non ha etichette, non cerca scorciatoie, non ha bisogno di rivendicazioni, ma solo di dedizione».

Ma la sua non è una storia “classica” da sommelier…

«No, per niente. Io non lavoro in sala e non mi definirei una sommelier in senso tradizionale. Ho seguito i corsi AIS, ho studiato, ho superato gli esami, ma il mio percorso si è sviluppato in modo trasversale: wine shop, cantina, marketing. La scintilla dei concorsi è arrivata a ottobre 2022, quando ho partecipato al Premio Miglior Sommelier del Rossese di Dolceacqua, piazzandomi terza. Quel podio ha fatto scattare qualcosa: la voglia di capire fin dove potessi spingermi. Da lì, una serie di nuove sfide. Nel 2024 e 2025 ho vinto il titolo di Miglior Sommelier della Toscana, il premio dedicato alla Falanghina del Sannio, quello del Vermentino e, dopo Firenze, sono diventata anche Ambasciatrice Trentodoc. Oggi tengo anche lezioni AIS a Scandicci. Insomma, è diventata parte fondamentale della mia identità».

Essere sommelier oggi: che valore ha?

«Un valore enorme, ma diverso da quello di vent’anni fa. Oggi il sommelier non è solo chi versa il vino: è un interprete, un narratore, un tramite fra chi produce e chi beve. Abbiamo una responsabilità comunicativa altissima. Il vino è un universo culturale, sociale, agricolo, economico. Raccontarlo senza riduzionismi è la sfida più grande».

Cos’è il vino oggi per lei?

«Il vino è condivisione, è incontro. Una gioia responsabile, mai scontata. È un pezzo dell’identità italiana, un patrimonio che prima era alimento e oggi è cultura viva. Per me, nella figura del sommelier, il vino è un messaggio. Non un dato tecnico, non una scheda: un’esperienza emotiva. Noi sommelier siamo interpreti, ambasciatori, ponti tra territori, produttori, storie ed emozioni. Non parliamo solo di uva e fermentazioni: parliamo di umanità. Parliamo di ciò che un vino riesce a smuovere dentro di noi».

Che consiglio darebbe ai giovani che vogliono avvicinarsi a questo mondo?

«Di provarci, ma con moderazione e consapevolezza. Non parliamo di quantità, parliamo di qualità. Chi si avvicina al vino che sia per una cena in famiglia, con amici, per un’occasione speciale o nella semplice quotidianità, dovrebbe farlo pensando che ogni calice è una storia. Una storia di luoghi, di persone, di fatica, di tradizione. E per comprenderla davvero, servono strumenti. Frequentare corsi, anche introduttivi, può fare la differenza. Non per diventare esperti, ma per vivere il vino con maggiore coscienza e rispetto».

E adesso, cosa l’aspetta?

«Tanto lavoro, tantissimo. Ma va benissimo così. Il vino è il mio mondo, la mia motivazione quotidiana. E questa vittoria non fa che ricordarmi quanto sia importante continuare a crescere, a formarmi, a mettermi in gioco. Il bello, credo, deve ancora arrivare».

Ilaria è anche ideatrice del gin Visionair (distribuito in Italia da Proposta Vini)