La storia dei Grosjean inizia nel 1968 in un momento difficile per la viticoltura valdostana, quando la regione stava vivendo un rapido declino delle superfici vitate, passate dai 2500 ettari di un tempo ai soli 450 attuali. La colpa fu principalmente della ferrovia che, facilitando l’importazione di vini meno acidi e più economici dal Piemonte e dalla Toscana, mise in crisi la produzione locale.

In questo contesto complesso, la famiglia Grosjean si è trasformata da piccola realtà a cantina moderna e significativa, particolarmente grazie al recente passaggio generazionale. Oggi l’azienda è guidata da quattro giovani cugini, tutti sotto i trent’anni, che producono circa 180.000 bottiglie annue (condizioni climatiche permettendo), rappresentando così quasi il 10% dell’intera produzione valdostana, stimata intorno ai 2 milioni di bottiglie.

Particolarmente interessante è l’approccio sostenibile dell’azienda, che opera con il 95% di energia e risorse rinnovabili. L’ultimo investimento è stato un bacino artificiale per raccogliere le acque di scorrimento estive, fondamentale in una regione che, contrariamente all’immaginario collettivo, nella sua parte centrale riceve poche precipitazioni.

La novità è Heraco, un ambizioso vino il cui nome è l’acronimo dei quattro cugini: Hervé, Eraldo, Didier (Er) e Marco (Co). Questo blend nasce dai due principali cru dell’azienda: Tzeriat, piantato negli anni ’60 dal nonno Dauphin, da cui proviene il Pinot Noir che dona eleganza ed equilibrio; e Rovettaz, il più grande vigneto dell’azienda con 6,5 ettari – storicamente vocato alla viticoltura da oltre 300 anni e considerato il più importante appezzamento della Valle d’Aosta gestito da un singolo produttore.
Heraco è un vino di personalità, dove il Petit Rouge fornisce struttura, il Pinot Noir aggiunge finezza, mentre tocchi di Fumin, Torrette Superieur e Picotendro (Nebbiolo locale, coltivato eccezionalmente ad alta quota, circa 750 metri) completano il profilo.
Al sorso rivela una freschezza notevole e un tannino serico ma vibrante. I profumi spaziano da frutta scura a sottobosco, more e amarene, con note di incenso, liquirizia e lamponi in confettura. Si percepiscono anche sentori che richiamano sia il Rodano settentrionale sia la Loira, con una lieve nota fumé decisamente attribuibile al Fumin in un compendio stranamente mediterraneo, probabilmente molto legato all’annata 2022, straordinariamente calda.
Questo vino esce dopo un paio d’anni di affinamento ed è pensato per la stagione invernale, rappresenta perfettamente la grandeur valdostana senza perdere identità territoriale. Un blend ambizioso che riesce a mantenere la tipica croccantezza e “vegetalità” regionale, ampliando però il potenziale pubblico grazie al suo stile di beva moderno e accattivante che potrebbe conquistare chi in genere non apprezza i lati più accesi e verdi di certa produzione locale.

Dolomieu, Madonna di Campiglio
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