Come diciamo spesso e da tanto tempo, se siete persone curiose potrete scoprire che basta un calilce di vino per scoprire qualcosa di nuovo della storia di un luogo, delle sue tradizioni o delle sue leggende. L’ultima volta che mi è successo è stato qualche giorno fa, stappando una bottiglia di Recioto Arzimo della cantina La Cappuccina.

Un sorso e fai un salto indietro nel tempo, nel 1890 quando Lorenzo Tessari, bisnonno di Sisto, Pietro ed Elena, quarta generazione oggi alla guida della cantina La Cappuccina, acquista dai conti Buri la villa di Costalunga e i terreni circostanti che costituiscono l’anima storica della tenuta di famiglia. Siamo nel cuore del Soave, a un passo da Verona. In questa terra di origine vulcanica, dal clima mite, dove da secoli si coltiva la vite, già dalla metà del Settecento, Villa Buri Tessari è immersa nel verde, tra il parco secolare e i vigneti biologici di proprietà. Si tratta di un complesso monumentale formato dalla casa padronale, dalla cappella, dai rustici annessi, dalle cantine e dalla barchessa, che conserva l’originaria vocazione della villa veneta. L’edificio centrale ospita al proprio interno sale affrescate con vivaci decori ispirati alla vita di campagna. Nella cappella, costruita nel 1725 e dedicata a San Giovanni Battista, un tempo officiavano i frati Cappuccini ed è proprio da qui che prende il nome della cantina La Cappuccina.

Ma torniamo a Lorenzo, che si sposa e ha cinque figli: Attilio, Virgilio, Antonio Pietro e Luigi, questi ultimi due morti combattendo nella Prima Guerra Mondiale. Anche Attilio combatte nella Prima Guerra Mondiale e rischia la morte in seguito a una pallottola sparata dritta al cuore ma il portafoglio conservato in un taschino della giacca gli fa da scudo e gli salva la vita. Anche Attilio si sposa e ha cinque figli, è tra i fondatori della Cantina sociale di Soave, decide di piantare tabacco – la varietà Kentucky la più pregiata, a foglia larga, destinata ai sigari di alta fattura – e costruisce gli essiccatoi ancora conservati nel retro della tenuta. Successivamente converte i terreni a vigneto ed è tra i primi della zona a introdurre il sistema di allevamento a pergola. Negli anni a seguire Attilio, col figlio Lorenzo – padre della quarta generazione dei Tessari, Maria Luisa, Pietro, Simone, Sisto ed Elena – decide di staccarsi dalla cantina sociale e di coltivare, vinificare e vendere in proprio il vino. Poco dopo il Soave consce un successo dirompente, soprattutto in America.

Arrivano gli anni Ottanta e la quarta generazione rappresentata da Pietro, Sisto ed Elena, che segnano la svolta decidendo di fondare La Capuccina: nel 1985 l’azienda è la prima cantina del Soave a scegliere l’agricoltura biologica per tutte le fasi della produzione, dal vigneto all’imbottigliamento. Da 35 anni i vini sono certificati biologici e vegani. Dal 2021 l’azienda si è certificata BRC e IFS, due standard mondiali di qualità e sicurezza alimentare.

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Un sorso, insomma, che fa ripercorrere la storia di una famiglia venete lungimirante e appassionata, simbolo del successo imprenditoriale tipico di questa regione laboriosa. E allora facciamo un altro sorso e parliamo del vino che sto assaggiando. Arzimo in dialetto locale significa migliore grappolo selezionato per l’appassimento dell’uva Garganega. L’appassimento, appunto, dura fino a febbraio: la tradizione della cantina vuole, poi, che l’uva venga pigiata il 14 febbraio, giorno di San Valentino, per poi fermentare e quindi affinare per 14 mesi in carati da 225 litri di Allier. Segue un anno in bottiglia.

Il colore è giallo oro intenso, al naso profuma di miele, vaniglia, cedro candito, mandorla, fico secco, albicocca disidratata, mentre al sorso è cremoso, pieno, con . Al palato, si rivela morbido e avvolgente, con aromi di frutta secca, dattero e ancora miele, in un insieme dolce ma bilanciato da una bella freschezza.

Perfetto con formaggi erborinati, con dolci a base di frutta fresca, crostate, cannoli, cannoncini e con il gelato alla crema.

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