Fenomeno Luigi Moio
Scienza e poesia. Questo è il vino per Luigi Moio, uno dei più istrionici e importanti personaggi del mondo del vino italiano. Prima di viticoltore, scienziato, professore ordinario di enologia presso il Dipartimento di Agraria dell’Università Federico II di Napoli e presidente dell’Organizzazione Internazionale del Vino e della Vigna. In cento anni di storia, è il terzo italiano a ricoprire questo prestigioso incarico, dopo Pier Giovanni Garoglio (Università di Firenze) e Mario Fregoni (Università Cattolica di Piacenza). Oltre a questo, Luigi Moio è deus ex machina di una delle aziende più apprezzate d’Italia, Quintodecimo, portata alla ribalta in appena un ventennio anche grazie alla partnership commerciale con il talent scout dei vigneron, Pietro Pellegrini.
Prima di diventare viticoltore, Moio si afferma come uno dei più autorevoli enologi al mondo, si laurea in Scienze Agrarie all’Università degli Studi di Napoli Federico II e, dopo l’incontro con il professor Addeo, docente di Chimica e Tecnologia del Latte, qui inizia il suo studio sulle proteine del latte. Non sull’uva. Dal latte al vino complice è la trasferta in Francia, a Digione, per il dottorato presso il laboratorio di Ricerca degli Aromi: è così che la Borgogna, gli aromi del Pinot Nero e dello Chardonnay diventano elementi di studio quotidiano, avviando una ricerca sui vitigni francesi che lo porta a identificare le molecole responsabili degli aromi del Pinot Noir. Uno studio citato ovunque, che rende Moio famoso in tutto il mondo accademico. Ancora oggi, le linee di ricerca che coordina sono mirate, in particolare, allo studio delle molecole responsabili della qualità sensoriale del vino e all’ottimizzazione dei processi di vinificazione, al fine di amplificare l’espressione dei caratteri varietali delle uve. Il professore Moio è stato tra gli artefici dell’istituzione del corso di laurea in viticultura ed enologia e della laurea magistrale in scienze enologiche ed è uno dei più illustri scienziati del Dipartimento di Agraria. Accanto alle grandi doti di ricercatore, Luigi è anche un’eccellente divulgatore. Il libro Il respiro del vino, di cui è autore è diventato un best seller a livello internazionale.
Tutto sommato, Luigi Moio avrebbe potuto anche fermarsi qui e accontentarsi di essere un collezionista di vino, invece vuole di più, forse anche per assecondare il padre Michele, che lo vuole enologo sin da ragazzino. Dalla Borgogna, quindi, torna in Irpinia con l’idea di «vivere con il vino, con la terra». Ma come tradurre sogno in realtà? «È necessario che il sogno stia nel cuore e possa arricchire di significato la nostra vita. L’amore, la passione sino il motore di tutto. A un certo punto, infatti, arriva Laura, mia moglie, che ha condiviso fin dall’inizio tutto questo. Ha fatto il dottorato in enologia a Digione, è biologa, io ero il suo professore… Appena ho avuto la persona giusta accanto a me, che credeva come me in tutto questo, potevo andare avanti con il mio progetto».
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Poi, l’incontro con Pietro Pellegrini, ancora prima di fondare Quintodecimo, durante un panel di degustazione. «Pietro è anche un enologo – racconta Moio -, ho capito subito che aveva la mia stessa visione: così gli dissi che nel giro di 4-5 anni avrei fatto il mio vino e gli chiesi di aspettarmi. E lui mi aspettò». Ultimo tassello, i figli, due dei quali hanno seguito le orme del padre e sono pronti per entrare in azienda, dopo esperienze in aziende del calibro di Haut Brion e Chateau Margot.
In ultimo arriva il vino. Nel 2001, le colline di Mirabella Eclano vedo nascere, tra strette di mano e promesse di pagamento dilazionate anche di qualche anno, Quintodecimo è una tenuta situata a 460 metri sul livello del mare e circondata dalle vigne che Luigi e Laura Moio hanno piantato con una scelta maniacale di pendenze, esposizioni, composizione dei suoli per sfruttare tutte le positività del terroir, con inverni rigidi, estati miti, abbondanti piogge e intense escursioni termiche.
«Che cosa è il vino per me? Nel vino no ci sono ingredienti, il vino è mono ingrediente. Deve avere un equilibrio perfetto. È fondamentale avere delle vigne dalle quali poter ottenere un grappolo perfetto, perché il progetto agricolo è in vigna, non in cantina. In questo modo il risultato è un vino che parla del suo terroir ed è questo il vino che piace a me. Ma non è facile trovare il grappolo perfetto per avere il vino perfetto che racconti della terra da cui è nato. In questi casi si interviene in cantina e si crea un vino tecnicamente perfetto ma non espressione del terroir. Insomma, c’è un principio di vocazionalità da cui non si può prescindere. Il vino è una meravigliosa invenzione umana e io ho creato Quintodecimo perché volevo vivere con la vigna, con la terra».
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A sentire parlare il professore fare vino eccellente sembra un gioco da ragazzi, sembra che basti conoscere alla perfezione la scienza e la materia a disposizione, competenze però che probabilmente non sono appannaggio dei più. «Ho trascorso la mia vita a studiare la composizione chimica degli acini – prosegue Moio – e dico sempre alle mie lezioni all’Università che non è possibile fare un vino se non lo si ha in testa. Ora, io posso averlo in mente solo se conosco bene la materia. L’aroma di un vino è costituito da ciò che si produce durante la fermentazione alcolica e in quel caso serve massima precisione nel gestire questo importante passaggio. Poi ci sono i cosiddetti precursori aromatici che, nel mio libro, Il Respiro del Vino, ho descritto usando la metafora dei palloncini legati al sasso. Lì bisogna evitare al massimo di perderli, specie con varietà di uve non particolarmente aromatiche. Perché più precursori aromatici riesco a conservare in un vino, maggiormente si apprezzerà la purezza olfattiva legata alla varietà e identitaria del suolo. Il vino è la sintesi liquida della terra in cui crescono le vigne».

Caleidoscopico, Luigi Moio. Si racconta e scopri che lo scienziato è anche appassionato di arte e in particolar modo di Van Gogh, tanto che i paesaggi delineati dai suoi vigneti hanno vaghe reminiscenze impressionistiche. Non solo: Moio ha realizzato un vigneto fatto con le 16 spirali di Fibonacci, si chiama Vigna Aurea e da qui uscirà un vino che servirà per finanziare la ricerca scientifica.
Seconda passione del professore, Fabrizio Deandrè, «di cui cantavo e suonavo tutte le canzoni, per questo ho chiamato uno dei miei vini Via del campo».
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Infine, è un tifoso del Napoli e ancor più di Maradona, tanto che la bottiglia nr 10 di ogni produzione non viene messa in vendita ma va a finire nella collezione del professore, dove capeggia una bottiglia di Terra d’Eclano firmata dal Pibe de oro.
Aglianico e Falanghina sono i pilastri di Quintodecimo, affiancati da Fiano e Greco. I suoli sono calcarei, argillosi e vulcanici, per un totale di 34 ettari vitati. I vini raccontano il resto: tutti, a modo loro, regalano un sogno, un piacere. Ma mancava qualcosa, ed è così che nasce, dopo la Grande Cuvée Luigi Moio (blend di Greco, Fiano e Falanghina) messa in commercio nel 2021 con l’annata 2018, il Grand Cru Luigi Moio Taurasi Riserva 2019, un vino che nasce dall’assemblaggio di vini derivanti da tre micro-terroir di Aglianico della tenuta. In tutto sono state rilasciare, a ottobre scorso, 2290 bottiglie, 30 magnum e 20 doppi magnum. Il potenziale di produzione è di 15mila bottiglie, ma, visto il prezzo (circa 330 euro in enoteca), bisogna capire come reagirà il mercato.

Un rosso, dice Pietro Pellegrini, «che ha la stessa eloquenza del suo autore». Naso profondo e accogliente, un abbraccio che poi si ritrova al sorso, dove sa esprimere un’incredibile capacità di unire eleganza e leggerezza a una struttura importante. «Bocca aurea nei suoi parametri, armonica», dice Moio, e aggiunge: «In grandi vini devono invecchiare rimanendo giovani e senza mai perdere identità, equilibrio, persistenza». Suona un po’ come un mantra da far proprio anche per l’uomo, non solo per il vino. Quanto al vino, una magia. Da concedervi, se ne avrete l’occasione.












