Il Mediterraneo, in Sicilia, non è orizzonte. È presenza costante che modella il paesaggio, accompagna il lavoro dell’uomo e scandisce il tempo. Il vento attraversa le vigne, si insinua tra gli ulivi, porta il profumo della macchia mediterranea fino alle colline che si lasciano accarezzare dal mare. Punto di osservazione straordinario per tutto questo sono le colonne di Selinunte che continuano a osservare lo stesso mare da oltre duemilacinquecento anni, ricordando che questa costa è sempre stata un luogo di incontri, commerci, civiltà e cultura.

La Sicilia occidentale custodisce una bellezza discreta ma penetrante. Lo fa senza effetti scenografici da cartolina. Preferisce raccontarsi in modo intimo, attraverso il lavoro quotidiano di chi coltiva la terra, attraverso i paesaggi agricoli che cambiano colore e profumi, attraverso una gastronomia che continua a parlare il linguaggio della tradizione senza rinunciare alla contemporaneità. Vino compreso. Qui, in questa Sicilia che non ti aspetti, tra Menfi, Porto Palo e Selinunte, il concetto di territorio assume un significato pieno. Non parola abusata dal marketing, ma un patrimonio costruito da generazioni di agricoltori che hanno imparato a leggere il clima, la composizione dei suoli, i venti e la luce prima ancora di piantare una vite. La coltura diventa così cultura. Non è soltanto un gioco di parole. È quel filo che unisce. In questa parte della Sicilia ogni elemento sembra dialogare con l’altro. Coralità in cui templi raccontano la stessa terra che oggi produce vino, spiagge in dialogo con le colline coltivate, quel mare amico che mitiga il clima e regala salinità che si ritrova poi nel bicchiere. Dentro questo racconto prende forma Mandrarossa. Lo fa come interprete di un territorio che ha scelto di raccontarsi attraverso uno dei suoi simboli più antichi, veri, buoni: il vino. Nato nel 1999 all’interno di Cantine Settesoli, il progetto ha costruito la propria identità partendo da una domanda tanto semplice quanto rivoluzionaria: quale vite appartiene davvero a questo paesaggio? Da oltre venticinque anni la risposta viene cercata non soltanto in cantina, ma soprattutto tra i filari, studiando la relazione profonda tra suoli, microclimi, biodiversità e varietà coltivate. Un percorso condiviso da 175 soci viticoltori che oggi rappresentano una delle più significative esperienze cooperative del vino siciliano.

Mandrarossa, storia di un paesaggio che diventa vino
Prima ancora delle etichette, vengono i luoghi. Il Menfishire, come oggi viene identificato questo lembo di Sicilia sud-occidentale, è mosaico agricolo dove la vite convive con gli ulivi e con la vegetazione spontanea della macchia mediterranea. I vigneti si estendono dalle colline fino quasi a sfiorare il mare, seguendo un andamento naturale che rende ogni parcella diversa dall’altra. Cambiano l’altitudine, l’esposizione, la composizione del terreno, la forza dei venti. Cambia, di conseguenza, anche il carattere del vino. Mandrarossa nasce proprio dall’idea di non uniformare questa ricchezza, ma di valorizzarla. È un approccio che ha ribaltato la prospettiva tradizionale. Non è il vitigno a cercare un territorio, ma è il territorio a dettare quale varietà possa esprimere al meglio la propria identità. Una filosofia che ha trasformato Menfi in un laboratorio permanente di osservazione e ricerca, dove ogni vigneto rappresenta una tessera di un racconto molto più grande. Da qui prende forma una Sicilia diversa da quella raccontata dagli stereotipi. Una Sicilia contemporanea che investe nella conoscenza, nella sperimentazione e nella sostenibilità senza perdere il legame con la propria memoria. La produzione vitivinicola diventa gesto culturale prima ancora che agricolo, perché custodisce e interpreta il paesaggio invece di modificarlo. Anche quando il progetto si è esteso alle pendici dell’Etna e a Pantelleria, la filosofia non è cambiata. Sono cambiate le montagne, la natura dei terreni, il vento, la luce. È rimasta identica la volontà di lasciare che fosse ogni territorio a raccontare se stesso, senza forzature. Tra i tanti testimonial ne rappresentano eco straordinariamente efficace una serie di etichette da non farsi mancare in cantina.

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Le cinque anime del territorio nel calice
Raccontare Mandrarossa significa attraversare le sue cinque linee di vini, ognuna nata per interpretare un volto diverso della Sicilia. Cartagho, il Nero d’Avola Rosso Sicilia Doc che rappresenta l’etichetta iconica della cantina, nasce dalla selezione dei migliori vigneti ed è un omaggio ai Cartaginesi, protagonisti dello sviluppo dell’agricoltura nell’isola. È un vino che esprime struttura, profondità ed eleganza, simbolo della vocazione del territorio di Menfi. Con Storie Ritrovate il viaggio diventa ancora più identitario. La linea raccoglie vini ottenuti da uve autoctone che raccontano il carattere dei luoghi da cui provengono: dai Vini di Contrada, come il Bertolino Soprano Bianco Sicilia Doc, alle interpretazioni territoriali di Lalbìra Salaparuta Doc, fino al prezioso Serapias Passito di Pantelleria Doc, autentica espressione dell’isola del vento. Gli Innovativi rappresentano invece la continua ricerca di Mandrarossa. Etichette come Cavadiserpe Menfi Doc, Urra di Mare Sicilia Doc (per noi in assoluto il più entusiasmante) e Catarratto Brut Terre Siciliane Igt dimostrano come vitigni e territori possano dialogare offrendo interpretazioni contemporanee della viticoltura siciliana. Il mare ispira i Calamossa, vini frizzanti che richiamano, già nel nome, il movimento delle onde e la sapidità delle brezze mediterranee. Il Calamossa Bianco Frizzante Terre Siciliane Igt restituisce nel bicchiere freschezza e immediatezza, raccontando il legame indissolubile tra la costa di Menfi e il Mediterraneo. Completano il percorso i Varietali, vini in purezza dedicati sia ai grandi vitigni autoctoni sia a quelli internazionali, suddivisi nelle collezioni Gli Intramontabili e I Classici Siciliani. Tra questi spicca il Nerello Mascalese Rosato Terre Siciliane Igt, espressione di un vitigno capace di raccontare con eleganza la ricchezza e la diversità dei paesaggi viticoli dell’isola.

L’enoturismo: vivere il Menfishire
Visitare questa parte della Sicilia significa concedersi il lusso della lentezza. Mandrarossa Winery rappresenta il punto di partenza. Il percorso attraversa il vigneto didattico, racconta le tecniche di allevamento della vite, accompagna nella barricaia e negli spazi dedicati all’affinamento, per poi concludersi nella sala degustazione, affacciata sui vigneti e sul Mediterraneo. Il vino diventa esperienza sensoriale e strumento di conoscenza, attraverso degustazioni dedicate ai grandi classici della cantina, ai Vini di Contrada e alle verticali delle etichette più rappresentative. Ma il Menfishire va scoperto uscendo dalla cantina. Vale la pena fermarsi qualche giorno, scegliendo come base l’Hotel Giardino al Mare Giadel, punto di partenza ideale per esplorare una costa ancora autentica, dove le spiagge dialogano con la campagna e il ritmo della vita segue ancora quello delle stagioni. La tavola completa il viaggio. Il pesce trova espressione nella cucina ne “Le 4 Stagioni”, dove tradizione marinara e materie prime locali costruiscono una proposta profondamente legata al territorio. Poco distante, il “Ristorante da Vittorio” continua a rappresentare una delle tavole simbolo della costa agrigentina, con una cucina che interpreta il mare senza artifici. Il viaggio, però, trova il suo momento più intenso a pochi chilometri di distanza. Il Parco Archeologico di Selinunte non è solo il più esteso complesso archeologico sulla “Grecia” che fu. È una delle più straordinarie pagine aperte della civiltà mediterranea. Camminare tra il Tempio di Hera, le antiche mura e le colonne rivolte verso il mare significa comprendere come il rapporto tra uomo, agricoltura e civiltà affondi qui le proprie radici da oltre duemilacinquecento anni. La vite, in fondo, era già parte di questa storia.

Quando il vino incontra la letteratura
Non sorprende, allora, che Selinunte sia diventata anche il luogo dove il vino incontra la parola scritta. Il Premio Letterario Mandrarossa nasce dalla convinzione che coltivare un vigneto e coltivare la cultura siano gesti affini. Richiedono tempo, cura, pazienza e la capacità di guardare lontano. Per questo il concorso coinvolge una rete di librerie indipendenti delle Capitali italiane della Cultura, chiamate a selezionare le opere finaliste, trasformando il premio in un progetto nazionale capace di mettere in relazione territori, libri e persone.  La seconda edizione si è conclusa nel Tempio di Hera, all’interno del Parco Archeologico di Selinunte, uno scenario dove il dialogo tra passato e presente assume un significato quasi naturale. A conquistare il riconoscimento assoluto è stata Valeria Parrella con La Ragazzina (Feltrinelli), davanti a Dario Ferrari con L’Idiota di Famiglia e Monica Acito con La Carità Carnale. Una giuria presieduta da Concita De Gregorio ha premiato opere capaci di raccontare il presente senza dimenticare il valore delle radici.  In fondo è lo stesso percorso che compiono queste vigne. Ogni vendemmia guarda al futuro senza recidere il legame con la terra da cui nasce. È questa la Sicilia che non ti aspetti. Una Sicilia che non affida la propria identità agli stereotipi, ma alla forza del paesaggio, alla competenza di chi lo coltiva e alla capacità di trasformare il vino in un racconto collettivo. Un luogo dove sostenibilità, autenticità e cultura sono risultato concreto di una comunità che continua a costruire il proprio domani senza dimenticare da dove è partita.

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