L’avventura di 1701 Franciacorta non è semplicemente la cronaca di un’azienda vitivinicola, ma rappresenta un atto di ribellione intellettuale e agricola nel cuore di una delle denominazioni più prestigiose d’Italia. La sua storia affonda le radici in un passato lontano, precisamente in un “brolo” dell’XI secolo a Cazzago San Martino, uno spazio cintato da mura cariche di secoli che un tempo serviva come giardino e vigneto di una villa signorile. Il nome stesso, 1701, non è un numero casuale ma il richiamo a una data scolpita nel tempo: l’anno in cui, per la prima volta, un documento ufficiale testimoniò la produzione di vino in quegli stessi terreni. Per secoli, queste vigne hanno osservato il mutare delle epoche, ma è solo nel 2012 che la proprietà ha vissuto la sua metamorfosi definitiva.

In quell’anno, i fratelli Federico e Silvia Stefini decisero di deviare dal percorso tracciato dall’enologia industriale. Mossi da una profonda inquietudine verso l’omologazione del gusto e l’impatto ambientale della chimica sistemica, intrapresero la conversione totale alla biodinamica. Non fu un passaggio indolore, ma una scelta radicale che portò 1701 a essere la prima realtà in Franciacorta a essere biodinamica e a ottenere la certificazione Demeter. Questo approccio ha trasformato la vigna in un ecosistema chiuso dove l’uomo non è un dominatore, ma un facilitatore dei processi naturali. L’uso dei preparati biodinamici e il rispetto dei cicli astrali non sono visti come pratiche esoteriche, bensì come strumenti per restituire vitalità e resilienza a un suolo che deve saper raccontare l’identità minerale della zona morenica bresciana. In breve tempo, e anche grazie all’entrata nella compagine sociale di Gruppo Meregalli, la cantina ha raggiunto quota 15 ettari e 80-100mila bottiglie prodotte ogni anno, che trovano commercializzazione per il 70% sul mercato nazionale.

Sebbene il Franciacorta bandiera dell’azienda sia il Satén – tutt’altro che piacione, bensì verticale e tagliente – il vino che più ci piace in questo momento è il 1701 Brut Nature, forse perché incarna la sfida massima della trasparenza enologica protata avanti non solo dalla proprietà ma anche dall’enologo Giulio Salvi. Questo spumante, composto in prevalenza da Chardonnay con una quota di Pinot Nero, nasce da una gestione della cantina ridotta all’essenziale. La fermentazione avviene esclusivamente tramite lieviti indigeni, evitando l’uso di coadiuvanti chimici o chiarifiche invasive, lasciando che il liquido si evolva sui propri lieviti per almeno trenta mesi in un silenzio quasi monastico.

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Un elemento fondamentale e distintivo, che separa 1701 dalla massa dei produttori della zona, riguarda la scelta del dosaggio. Tutti i vini prodotti dalla cantina sono rigorosamente non dosati. Questa è una dichiarazione d’intenti “politica” oltre che tecnica: la rinuncia totale all’aggiunta della liqueur d’expédition (lo sciroppo di dosaggio solitamente composto da zucchero e vino) significa presentare il Franciacorta nella sua forma più nuda e ancestrale. In ogni bottiglia di 1701, dal Brut Nature al Rosé, non c’è trucco o correzione; la dolcezza residua è pari a zero, lasciando che siano la sapidità del terreno e la freschezza acida dell’uva a guidare l’esperienza sensoriale.

Il profilo organolettico del 1701 Brut Nature riflette questa purezza estrema. Al naso si avvertono note taglienti di mela renetta, scorza d’agrume e una mineralità che ricorda la pietra focaia, mentre al palato la bollicina si rivela sottile e mai invadente. È un vino verticale, che non cerca il consenso facile della morbidezza zuccherina, ma preferisce la persistenza e la pulizia di un sorso vibrante. In questo modo, 1701 non produce solo un Franciacorta, ma un manifesto liquido di integrità territoriale, dove il lavoro dell’uomo serve esclusivamente a proteggere ciò che la natura, se lasciata libera di esprimersi secondo i dettami biodinamici, è già stata in grado di creare.