E’ stato incoronato ufficialmente la sera del 5 marzo, ma in verità è dallo scorso luglio che Matteo Canzi sa di essere il 15mo vincitore di MasterChef Italia, perché è allora che sono state fatte le registrazioni del programma. Da allora a oggi, il ventiquattrenne brianzolo ha mantenuto il segreto, si è preparato all’onda di successo che il programma televisivo in onda su Sky regala a ogni edizione e ha scritto un libro, che sarà a breve in tutte le librerie. Il giovane concorrente, tecnico, sfrontato, ma sempre umile durante la sua partecipazione nel programma, ha battuto in una finale punto a punto enne biellese, ambiziosa e carismatica, Carlotta Bertin.

Immagini concesse da Sky – https://masterchef.sky.it/  – MasterChef Italia è sempre disponibile on demand

Nella puntata conclusiva – che ha registrato oltre 1,1 milioni di spettatori, 5,7% di share per la puntata finale, e +67% interazioni sui social, con 114 mln di videoviews (+66% rispetto a un anno fa) – si sono registrare diverse sorprese: l’eliminazione non programmata di Matteo Rinaldi, la prima dell’ultima fase (appena prima era stata eliminata Dounia Zirari), che ha determinato una finale a due (mai vista nel programma), la richiesta extra di un amuse bouche da parte della chef Chiara Pavan e l’ingresso non preventivato dello chef Giancarlo Perbellini, che ha espresso il proprio giudizio sui secondi piatti di Teo (così Matteo si è fatto conoscere durante il programma) e Carlotta. I due concorrenti si sono sfidati a colpi di fair play – comunicandosi i tempi di uscita dei piatti, come in una normale brigata, nonostante fossero avversari – in un menu di 4 portate, valutato dai tre giudici del più acclamato programma televisivo dedicato alla cucina: Bruno Barbieri, Antonino Cannavacciuolo e Giorgio Locatelli.

Matteo, quando ti sei avvicinato alla cucina e che rapporto hai costruito negli anni? Ti ricordi ancora la prima ricetta che hai preparato?
«Già all’età di tre anni ero affascinato dal fuoco e da mia mamma ai fornelli. Con mia nonna Egidia ho fatto la mia prima ricetta, la zuppa del chiodo, che ho poi riproposto in una versione reinterpretata nella finale. Il mio rapporto con la cucina è sempre stato di amore. Oggi, anche dopo aver corso una maratona, mi metterei a cucinare».

Perché ti sei iscritto a MasterChef? È stata una tua idea o hai avuto il supporto di qualcuno?
«Mi sono iscritto a MasterChef da solo, senza dirlo a nessuno, perché non avrei saputo cosa dire se non fossi stato selezionato. Poi, dopo aver saputo di essere stato preso, l’ho detto ai miei genitori e alla mia ragazza, che da lì in poi mi hanno sempre supportato fino alla finale, in cui ho avuto la fortuna di averli vicini».

Sin da subito hai giocato l’all-in. Credi sia stato il coraggio l’ingrediente che poi ti ha accompagnato alla vittoria?
«Sì, direi di sì. La scelta dell’all-in l’avevo presa già da casa. Ho pensato: “Se non sono sicuro del primo piatto, come faccio a esserlo dopo, che le prove si fanno sempre più difficili?”».

Il pubblico ti ha apprezzato sin da subito per una grande umiltà. Non ti sei mai montato la testa neanche se sapevi di essere tra i migliori. Quanto questa tua caratteristica ti aiuterà a migliorarti da qui in avanti?
«Sono sempre stata una persona molto umile, sempre aperta ai consigli di chiunque e alle critiche. Soprattutto se arrivano da persone più competenti di me. L’umiltà è una caratteristica che mi aiuterà molto e che sarebbe utile a tutti».

C’è stato un momento cruciale nella tua esperienza, l’invention test sui panini, in cui hai seriamente rischiato l’eliminazione. Se fossi uscito, avresti abbandonato il sogno della cucina?
«È stato un momento cruciale della mia partecipazione a MasterChef. Pensavo di aver concluso la mia partecipazione al programma. Poi, quando mi hanno dato il grembiule grigio, mi sono messo a piangere. Ero incredulo. Ciononostante, se fossi uscito in quella prova, non avrei abbandonato questa strada, che sento proprio mia».

Negli skill test, vi siete interfacciati con alcuni dei migliori chef al mondo. Quale di queste prove non potrai dimenticare?
«È stata una bella sfida fra Ángel León (3 Stelle Michelin Aponiente, El Puerto de Sta María, Cádiz, Spagna) e Norbert Niederkofler (3 Stelle Michelin Atelier Moessmer Norbert Niederkofler, Brunico). Mi sono divertito molto. Se dovessi dire una prova, direi la seconda perché è quella che mi ha portato e in un certo senso anche fatto vincere la finale. Nella sfida, dovevo preparare il pesce gatto, che ho poi deciso di replicare nell’ultima cucinata, all’interno di un risotto affumicato alla zucca con crema di porcini. E’ stato il piatto del mio menu più apprezzato dai giudici».

In finale siete rimasti solo in due (e non tre, come negli scorsi anni): tu e Carlotta. Chi altro, secondo te, meritava di esserci?
«Piuttosto che parlare di chi non c’era, preferisco dire che è stata una finale ad armi pari, con un’avversaria che ho stimato moltissimo e con cui c’è stato rispetto reciproco in tutta la puntata finale».

Il menu che hai portato in finale racconta tutta la tua giovane sfrontatezza, abbinata a una capacità tecnica che è stato il vero valore aggiunto della tua cucina. Saranno questi gli ingredienti dei tuoi piatti, anche in futuro?
«Lo spero fortemente, ma sono ancora troppo giovane per sapere come evolverà la mia cucina».

Uno dei momenti più emotivi della finale è stato l’abbraccio con tuo padre. Quanto conta per te averlo fatto ricredere sulla scelta che avevi intrapreso di lavorare in cucina?
«È stato molto importante. Cerco sempre di rendere orgogliose tutte le persone che mi stanno intorno e vedere questa sua reazione mi ha fatto commuovere».

Durante il programma, hai detto che il tuo futuro sarà fare lo chef. Quanto ha contato la vittoria in questa tua scelta e come utilizzerai il montepremi?
«La vittoria non ha cambiato in alcun modo il mio futuro, che sarebbe comunque stato questo. Non ho in previsione investimenti importanti. Cercherò di far fruttare i soldi che ho vinto, approfittando del mio background in economia».

Uscito da MasterChef, ti aspetta un corso di alta formazione presso ALMA – La Scuola Internazionale di Cucina Italiana. Quanto ti servirà per crescere?
«Tantissimo. Credo che non si finisca mai di imparare e io sono ancora giovane. Ho da fare ancora tanta di strada».

Come sogno nel cassetto hai quello di aprire un tuo ristorante? Come e dove te lo immagini?
«Sì, certamente, ma adesso è ancora presto per parlarne. Dopo il corso, mi farò le ossa in alcuni ristoranti e poi, quando sarà ora, aprirò il mio».

Il 16 marzo uscirà il tuo libro Il gusto del perché – Nulla si crea. Nulla si distrugge. Tutto si cucina edito da Baldini+Castoldi. Perché questo titolo?
«Il libro si chiama così, perché a fianco di ogni ricetta ho scelto di mettere una nozione tecnica di cucina. L’idea non è solo quella di far sfogliare un libro di ricette, ma di trasmettere anche qualcosa che va al di là di ingredienti e procedimento. La tecnica è stato uno degli ingredienti che ha caratterizzato la mia partecipazione a MasterChef e ho pensato dovesse caratterizzare anche il mio libro».