Feria, Treviso
C’è un momento, entrando da Feria, in cui Treviso sembra improvvisamente molto lontana. Fuori, una periferia apparentemente anonima; dentro, una sala raccolta, contemporanea, avvolgente, dove la cucina a vista diventa il vero palcoscenico della serata. È qui che prende forma la cucina di Marco Feltrin, chef trevigiano che, dopo tredici anni trascorsi tra Londra, Australia, Singapore e Indonesia, ha scelto di tornare a casa per costruire una propria idea di ristorazione.
Un viaggio gastronomico senza confini
Il risultato non è una cucina semplicemente “asiatica”, né tantomeno una collezione di piatti fusion. È piuttosto un viaggio gastronomico senza confini, nel quale ingredienti locali e suggestioni internazionali si incontrano in una liturgia del gesto e del gusto attraverso spezie, acidità, fermentazioni, cotture e contaminazioni.

Una cucina che chiede di lasciarsi sorprendere e che viene sapientemente accompagnata dalla proposta enologica di Juan Carlos Bojacá Herrera, giovane professionista colombiano, che costruisce per il percorso degustazione un accompagnamento tutt’altro che didascalico. E proprio la sorpresa è la chiave per leggere il percorso di Feria.
Il percorso comincia da tre sorprendenti snack
La cena che abbiamo provato da Feria si apre con tre piccoli assaggi che dichiarano immediatamente le intenzioni dello chef: taco di tapioca con mousse di pollo e lime, cavolo cappuccio e menta; mango verde al barbecue con polvere di gambero e sommacco; cozza affumicata farcita con riso saltato e glassata con ketchup di soia.
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Tre bocconi diversi per consistenza e intensità, accomunati dalla voglia di giocare con ingredienti e riferimenti gastronomici lontani tra loro. A tavola arriva il Trento Doc Extra Brut “Forneri” di Zanotelli, Cembra Lisignago, che accompagna l’apertura con la sua freschezza. È già evidente una delle caratteristiche della cucina di Feltrin: ogni ingrediente sembra avere un ruolo preciso, ma il piatto non si esaurisce nella somma delle sue componenti. L’obiettivo è creare un equilibrio nuovo, spesso inatteso.
Ogni ingrediente ha un ruolo preciso
Il primo piatto del percorso è un pesce spada pescato all’amo di Gaudenzi, servito con dressing al pomodoro verde, emulsione di cardamomo bianco, kiwi-kosho, riso soffiato al kefir lime e aguachile di peperoncino verde e kiwi.

Qui il pesce diventa una sorta di tela bianca sulla quale costruire un gioco di acidità, profumi e piccantezze. Il kiwi e il kefir lime aggiungono una componente fresca e agrumata, mentre cardamomo e peperoncino lavorano sulla profondità aromatica senza coprire il protagonista.
L’abbinamento scelto è il Muskateller “Gamlitz” 2021 di NeueHeimat, Gamlitz, Austria, capace di seguire la complessità aromatica del piatto senza appesantirla.
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Quando la melanzana diventa protagonista
Uno dei piatti che meglio racconta l’approccio di Feria è la melanzana pressata, cotta al forno, glassata con i suoi succhi e affumicata al barbecue, accompagnata da emulsione di tamarindo, fondo vegetale alle arachidi tostate e origano cubano.

La melanzana viene trattata quasi come fosse un prodotto nobile, lavorata sulla consistenza e sulla concentrazione del gusto. L’affumicatura dialoga con la componente dolce-acidula del tamarindo e con la parte più grassa e tostata delle arachidi.

A sorprenderci è anche l’abbinamento: un Sake “Sawanoizumi” Junmai Ginjo di Ishikoshi Shuzo, Miyagi, Giappone, scelto per accompagnare il piatto con una bevanda che porta il viaggio ancora più lontano.
Shumai e roti canai: l’Oriente passa per Treviso
Arrivano poi gli shumai farciti con maiale al sesamo, cotti al vapore e serviti con emulsione di guava, uova di trota e fondo al pepe lungo di Giava. A completare il piatto c’è il roti canai, pane sfogliato non lievitato di origine indiana, diffuso in diverse cucine del Sud-Est asiatico. È uno dei momenti più golosi del percorso, dove la componente aromatica del pepe lungo incontra la dolcezza della guava e la sapidità delle uova di trota.

Il pairing è affidato al Vermouth “Manuel” di The Grape People/Distilerias Achia, Amurrio, Spagna, una scelta che conferma la libertà della cantina di Feria, lontana dai percorsi più prevedibili.
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La grammatica italiana in viaggio altrove
Uno dei passaggi più sorprendenti è quello dei noodles di pasta fresca, con emulsione di vongole e kencur, mazzancolla, aglio nero, limone nero, maggiorana e brodo al limone.

È forse qui che la filosofia di Feria appare con maggiore chiarezza: un piatto che parte da una grammatica italiana e la porta altrove. La pasta fresca incontra ingredienti e profumi asiatici, mentre vongole e mazzancolla mantengono un forte legame con il mare.
Nel bicchiere c’è il Catarratto “Kima” 2024 di Possente, Alcamo, scelto per accompagnare la parte marina e agrumata del piatto.
Il tempeh: il lato vegetale della cucina
Il percorso prosegue con il tempeh di soia, servito con salsa al peperone arrosto e chipotle, purè di fave e peperoncino e kimchi di cavolo cappuccio.

Anche qui la tecnica non è mai fine a se stessa. Il tempeh diventa il punto di partenza per un piatto costruito su affumicature, fermentazioni, piccantezza e dolcezza, dove il kimchi aggiunge una nuova spinta acida.
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L’abbinamento è il Tintillia “Beat” 2019 di Agricolavinica, Ripalimosani, Molise.
Il cavallo tra Veneto e Sud-Est asiatico
Il piatto che forse meglio sintetizza il percorso di Marco Feltrin arriva con la ribeye di cavallo delle Macellerie Equine Borgato, cotta al barbecue e accompagnata da un “vindaloo” di cardamomo nero e pomodoro, yogurt e frutto del drago. Accanto alla carne viene servito riso jasmine al vapore con stracotto di cavallo al tamarindo, cannella e cocco.

Qui il viaggio diventa particolarmente interessante perché la materia prima racconta il Veneto, mentre il trattamento e i condimenti guardano decisamente verso l’Asia. Il cavallo, ingrediente profondamente legato alla tradizione gastronomica veneta, viene così riletto attraverso spezie, barbecue, tamarindo, cocco e cannella.
Nel bicchiere arriva il Baga “Vinhas Velhas” 2014 di Luis Pato, Anadia, Portogallo. È un piatto che non cerca di nascondere la propria origine né di imitare una cucina straniera: mette semplicemente in relazione mondi diversi.
Il dessert non cambia linguaggio
Anche il finale mantiene la stessa coerenza del percorso. Il dessert provato è un gioco di affumicatura, cacao e frutta: gelato al Lapsang Souchong, ganache al cioccolato fondente e chiodo di garofano, ganache ai frutti rossi, crumble di cacao salato e tuile al cacao.
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Il passaggio dal salato al dolce non è quindi una rottura, ma una prosecuzione naturale del viaggio. L’affumicatura del tè, la componente amara del cioccolato, le note speziate del chiodo di garofano e l’acidità dei frutti rossi costruiscono un finale intenso ma perfettamente coerente con ciò che è arrivato prima.
A chiudere la cena, un Laphroaig Quarter Cask e il cocktail “Bitter 123”, con mandorla, lime e Angostura. Infine, l’espresso “Colombia Passion Fruit Huila” della Microtorrefazione Caffettin di Candelù di Maserada.

Una cantina che segue il viaggio
A Feria anche il calice fa parte del viaggio. A occuparsi della sala e della cantina è Juan Carlos Bojacá Herrera, giovane professionista colombiano con esperienze tra cucina e servizio, che costruisce per il percorso degustazione un accompagnamento tutt’altro che didascalico. La selezione non segue infatti la strada più prevedibile dell’abbinamento vino-piatto, ma cerca piuttosto corrispondenze, contrasti e assonanze aromatiche, lasciandosi guidare dalla complessità della cucina di Marco Feltrin. La proposta della cantina è orientata in particolare verso piccoli produttori e vini di carattere, con una ricerca che guarda all’Italia ma non si ferma ai confini nazionali.

Nel percorso che abbiamo provato, questa filosofia emerge con particolare evidenza. Si parte con il Trento Doc Extra Brut “Forneri” di Zanotelli, fresco e verticale sugli snack d’apertura, per poi passare al Muskateller “Gamlitz” 2021 di NeueHeimat, scelto per accompagnare il pesce spada con pomodoro verde, kiwi-kosho e kefir lime.
Asado di manzo al Porto e maggiorana
Con la melanzana affumicata al barbecue, tamarindo e arachidi, il viaggio prende una deviazione ancora più orientale: arriva il Sake “Sawanoizumi” Junmai Ginjo di Ishikoshi Shuzo, mentre sugli shumai di maiale al sesamo, guava e pepe lungo viene proposto il Vermouth “Manuel” di The Grape People/Distilerias Achia.

Il percorso torna poi al vino con il Catarratto “Kima” 2024 di Possente, abbinato ai noodles di pasta fresca con vongole, kencur, mazzancolla e limone nero, e prosegue con il Tintillia “Beat” 2019 di Agricolavinica sul tempeh, peperone arrosto, chipotle e kimchi. Per la ribeye di cavallo al barbecue, accompagnata da vindaloo, yogurt e frutto del drago e dal riso jasmine al tamarindo, cannella e cocco, arriva invece il Baga “Vinhas Velhas” 2014 di Luis Pato.
Abbinamenti senza confini
È una sequenza che racconta bene l’identità di Feria: non esiste un confine rigido tra vino, sake, vermouth e miscelazione, così come non esiste tra cucina italiana e suggestioni asiatiche. Ogni bevanda viene scelta per entrare in relazione con il piatto e amplificarne una sfumatura, alleggerirne una componente o creare un contrasto. È una filosofia che trova conferma anche nella descrizione della cantina di Feria, dove il pairing viene costruito alternando vino, miscelati e fermentati proprio per esaltare i diversi timbri della cucina.

E così il calice smette di essere un semplice accompagnamento e diventa un’altra tappa del viaggio: non segue passivamente il piatto, ma ne modifica la percezione e, a volte, apre una direzione completamente nuova.
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Una cucina che viaggia senza muoversi
Il percorso di Feria nasce dall’esperienza internazionale di Marco Feltrin, ma soprattutto dalla sua curiosità. Dopo gli anni londinesi all’Harry’s Bar di Mayfair, all’Hibiscus di Claude Bosi, all’Apsley del The Lanesborough e al Nobu, passando poi per L’Atelier de Joël Robuchon, il LuMi di Sydney e l’esperienza in Indonesia, lo chef è tornato a Treviso con un bagaglio gastronomico difficilmente riconducibile a una sola tradizione.

La sua cucina non chiede di riconoscere ogni ingrediente, ma di seguirne le relazioni. Spezie, acidità, fermentazioni, affumicature, consistenze e piccantezze vengono utilizzate per costruire una sequenza di piatti nella quale il locale e il globale non sono opposti, ma parti dello stesso racconto.
La ritualità del servizio
Anche il servizio segue questa filosofia. La cucina è completamente aperta sulla sala e il rapporto tra chef, brigata e commensali diventa parte integrante dell’esperienza. Il servizio, guidato da Juan Carlos Bojacá Herrera, mantiene un tono informale e mai invadente, mentre la cantina asseconda il carattere della cucina con vini naturali, fermentati e miscelati, alternando abbinamenti più classici a scelte decisamente meno prevedibili.

Alla fine, quello che resta è la sensazione di aver viaggiato molto senza essersi praticamente mossi dal proprio tavolo. Una cucina che prende l’idea di altrove e la trasforma in un linguaggio personale, contemporaneo e soprattutto divertente.
FANCY AWARD
Feria
Via della Quercia 8, Treviso
Aperto lunedì-venerdì dalle 19 alle 23; sabato dalle 12 alle 14.30 e dalle 19 alle 23.
Chiuso giovedì e domenica.












