C’è il papà che legge la favola della sera, quello che inventa un rituale tutto suo per far addormentare il figlio o che si alza di notte per consolarlo quando piange. Sono gesti quotidiani che raccontano una paternità sempre più coinvolta, soprattutto nel difficile momento della nanna di un neonato. Vietato chiamarlo “mammo”, ogni genitore svolge il proprio compito nella gestione dei bambini, soprattutto quelli appena nati. E si tratta di una tendenza in crescita.

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Secondo Chiara Baiguini, Life & Family Coach certificata, educatrice del sonno gentile e ideatrice dell’approccio C.A.R.E.®, la partecipazione attiva dei padri nella gestione del sonno dei bambini è cresciuta negli ultimi anni, passando da una quota stimata intorno al 20% a una vicina al 50%.

La nanna: un compito di entrambi i gentori

Un cambiamento che riguarda anche il benessere della coppia. Quando le notti sono interrotte da continui risvegli, infatti, la stanchezza coinvolge entrambi i genitori. Poter contare su due adulti capaci di accompagnare il bambino al sonno significa distribuire meglio il carico della cura. «Il papà non deve diventare una copia della mamma e non dovrebbe entrare in scena soltanto quando lei è troppo stanca per farcela», spiega Baiguini. «Deve poter costruire fin dall’inizio una relazione propria con il bambino, anche intorno al sonno».

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Papà e nanna: perché il sonno dei bambini è una responsabilità condivisa

Nonostante i cambiamenti nel modo di vivere la genitorialità, resiste l’idea che la mamma sia il genitore naturalmente più competente quando si tratta di addormentare un bambino, mentre il papà debba limitarsi a seguire le sue indicazioni. Eppure, ogni genitore può sviluppare un modo personale di rassicurare il figlio. Una voce, il contatto fisico, il movimento ritmico o una storia raccontata ogni sera possono diventare parte di un rituale riconoscibile. «Il bambino non ha bisogno che il papà replichi la mamma, ma ha bisogno di costruire anche con lui una relazione riconoscibile e sicura», osserva Baiguini.

La differenza non sta quindi nello stabilire quale genitore sia più bravo a gestire la nanna, ma nel permettere a entrambi di acquisire esperienza e autonomia. Un aspetto importante anche quando il sonno è frammentato e la stanchezza comincia a pesare sulla vita familiare.

Risvegli notturni: perché darsi il cambio aiuta tutta la famiglia

Quando un bambino si sveglia più volte durante la notte, poter alternare mamma e papà può fare la differenza nell’organizzazione familiare. Se soltanto uno dei due genitori sa come accompagnarlo nuovamente al sonno, tutta la gestione finisce per dipendere da una sola persona. «Ci sono sere in cui uno dei genitori è esausto, sopraffatto, svuotato. In quel momento l’altro può prendere in mano la situazione. Questa staffetta non è un ripiego: è una strategia», spiega Baiguini.

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Condividere la nanna non significa, quindi, che il padre debba semplicemente aiutare la madre quando è stanca. Significa riconoscere che la cura è una responsabilità di entrambi e che ciascuno può costruire una propria relazione con il bambino.

Giocare prima di dormire agita i bambini? Non sempre

Il papà torna a casa, gioca con il figlio, lo fa ridere e magari lo prende in braccio per qualche minuto di movimento. Poi arriva l’ora di andare a letto e scatta il commento: «Così lo agiti e non dormirà più». Ma il gioco prima della nanna è davvero sempre da evitare? Secondo Baiguini, è importante considerare il modo in cui ogni bambino percepisce ed elabora gli stimoli. Alcuni hanno bisogno di tranquillità e di un ambiente poco stimolante per rilassarsi; altri possono trarre beneficio da una fase di movimento prima di rallentare.

«Per alcuni bambini la calma arriva passando prima attraverso il movimento. Il problema nasce quando applichiamo la stessa idea di rilassamento a tutti», precisa. Questo non significa che giocare intensamente prima di dormire sia sempre una buona idea. Il punto è osservare le reazioni del bambino: se il movimento lo aiuta a ritrovare la calma, può essere inserito nella routine; se aumenta l’agitazione, è preferibile anticipare il momento del rilassamento.

Profili sensoriali e sonno dei bambini: quali sono le differenze?

Nell’approccio C.A.R.E.® ideato da Baiguini, il rapporto con gli stimoli viene osservato attraverso quattro profili sensoriali: Ricercatore, Percettivo, Distratto ed Evitante. Si tratta di categorie che descrivono differenti tendenze nel modo di rispondere agli stimoli, non di etichette rigide da applicare ai bambini.

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  • Il Ricercatore tende a cercare movimento e stimoli intensi e può avere bisogno di una fase attiva prima di rilassarsi.
  • Il Percettivo registra gli stimoli con particolare intensità e può beneficiare di un ambiente più tranquillo.
  • Il Distratto può aver bisogno di segnali più evidenti per orientare l’attenzione.
  • L’Evitante tende a ricercare prevedibilità, routine e una maggiore sensazione di controllo.

Secondo questo modello, anche i genitori possono avere caratteristiche sensoriali differenti. Un papà che condivide con il figlio il bisogno di movimento può comprenderlo più intuitivamente; un genitore meno reattivo agli stimoli può invece rappresentare un punto di riferimento rassicurante per un bambino particolarmente sensibile.

Conoscere queste differenze, nella prospettiva proposta da Baiguini, aiuta a osservare meglio le esigenze del bambino e a scegliere modalità di accompagnamento più adatte alla relazione. Non esiste, infatti, una routine della buonanotte identica per tutte le famiglie.

Nanna con il papà: 5 falsi miti da sfatare

Alcune convinzioni diffuse possono scoraggiare i padri dal partecipare alla gestione del sonno dei figli. Ecco le più comuni.

1. «Si addormenta soltanto al seno»

L’allattamento può essere un importante strumento di conforto, ma non è necessariamente l’unico modo per trasmettere sicurezza. La voce, il contatto, il movimento ritmico e i rituali ripetuti possono diventare segnali rassicuranti anche nella relazione con il papà. Naturalmente, le esigenze legate all’allattamento devono essere rispettate.

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2. «Con il papà piange di più, quindi è meglio che intervenga la mamma»

Se il padre ha avuto meno occasioni di occuparsi della nanna, il bambino può aver bisogno di tempo per familiarizzare con una modalità diversa. Una difficoltà iniziale non significa necessariamente che quella relazione non possa diventare una risorsa.

3. «Il bambino vuole la mamma: è biologico»

Il legame con la madre ha una sua importanza, ma non esclude la possibilità di costruire una relazione significativa anche con il padre. La familiarità si sviluppa attraverso la presenza, la continuità e le esperienze condivise.

4. «Prima di dormire deve stare fermo e tranquillo»

Non tutti i bambini si rilassano allo stesso modo. Per alcuni il movimento può precedere la calma, mentre per altri è preferibile ridurre gli stimoli fin dall’inizio della routine. Osservare le reazioni individuali è più utile che applicare una regola valida per tutti.

5. «Cambiare la routine della buonanotte provoca una regressione»

La prevedibilità può essere rassicurante, ma questo non significa che ogni gesto debba essere identico ogni sera. Anche la possibilità di essere accompagnati al sonno in modi differenti può diventare un’esperienza da esplorare, rispettando i bisogni del bambino.

5 consigli per creare una routine della buonanotte

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Non è necessario imitare le abitudini dell’altro genitore. L’obiettivo è costruire gradualmente un rituale personale, riconoscibile e sostenibile.

  1. Scegliere un gesto speciale. Una canzone, una storia o un particolare modo di tenere il bambino possono diventare un segnale associato alla presenza del papà e al momento della nanna.
  2. Osservare i segnali del bambino. Imparare a riconoscere ciò che lo calma o lo agita richiede tempo. La conoscenza reciproca nasce dall’esperienza, non dalla necessità di eseguire istruzioni alla perfezione.
  3. Dare continuità alla routine. Baiguini suggerisce di non giudicare una nuova modalità dopo una sola sera, ma di provare a mantenerla per almeno cinque sere, così da permettere al bambino di familiarizzare con il nuovo schema.
  4. Ritagliarsi qualche minuto per rallentare. Fretta e tensione possono influenzare il modo in cui l’adulto entra in relazione con il figlio. Respirare, fermarsi o cercare un momento di tranquillità prima di iniziare la routine può aiutare a essere più presenti.
  5. Costruire una propria autonomia. Il papà non deve necessariamente ricevere un copione da seguire. Osservare, provare e capire cosa funziona permette di acquisire gradualmente sicurezza nella gestione della nanna.

Il sonno dei bambini passa anche dalla serenità dei genitori

La partecipazione del papà alla routine della buonanotte non è una gara a chi riesce ad addormentare prima il bambino. È un modo per condividere la cura, alleggerire la fatica quotidiana e costruire una relazione che non dipenda da un solo genitore. Non occorre fare tutto nello stesso modo: una storia letta da papà può essere diversa da quella raccontata dalla mamma, così come il modo di consolare un bambino durante un risveglio notturno può cambiare da una persona all’altra.

L’importante è che entrambi possano trovare il proprio spazio, senza trasformare la nanna in una prova da superare. Perché anche la buonanotte, nella vita di una famiglia, è un rituale che si costruisce insieme.