A Paestum tra business e racconto del vino
Quando il Sud diventa piattaforma e il vino ritorna a parlare anche il linguaggio del business. Paestum non è solo una cornice. È una dichiarazione di metodo. All’ombra dei Templi, dove il Mediterraneo ha imparato nei secoli a mescolare culture, merci e visioni, il vino italiano sceglie di ridefinire il proprio perimetro contemporaneo. Paestum Wine Fest Business compie quindici anni e, dall’1 al 3 marzo, si presenta con una nuova veste e in una nuova location. Quella che da festival lo vede tramutarsi in fiera. Un passaggio netto, voluto, che segna l’ingresso definitivo dell’evento in una dimensione matura, internazionale, consapevolmente B2B. Non è una semplice evoluzione semantica. È un cambio di ritmo. Perché oggi il vino, soprattutto quello del Centro e del Sud Italia, ha bisogno di luoghi capaci di unire relazione e strategia, racconto e mercato, cultura e distribuzione. Paestum Wine Fest Business si colloca esattamente in questo spazio, diventando una piattaforma di dialogo avanzato tra cantine, consorzi, buyer, operatori Horeca, trade internazionale e mondo della comunicazione specializzata. Ideato da Angelo Zarra e diretto da Alessandro Rossi, l’evento si conferma come uno dei pochi appuntamenti del Mezzogiorno capaci di parlare al sistema vino nella sua interezza, senza complessi di inferiorità né concessioni folcloristiche. Qui il Sud non chiede attenzione, la esercita. Lo fa lavorando su internazionalizzazione, innovazione, sostenibilità e nuove dinamiche di mercato, in una visione che guarda oltre l’evento e ragiona in termini di filiera. Il racconto di questa quindicesima edizione passa dalle parole dei suoi organizzatori.


Zarra, quindici anni rappresentano un traguardo importante. Che valore assume oggi Paestum Wine Fest Business, soprattutto per il Sud Italia?
«Paestum Wine Fest Business, che da quest’anno diventa ufficialmente Fair, ha un’identità molto precisa. Fare cultura del vino, certo, attraverso il racconto, l’approfondimento, la conoscenza. Ma anche e direi soprattutto fare business. Il vino ha un valore narrativo, culturale e qualitativo enorme, che oggi va compreso fino in fondo. Questo nuovo passo, dopo quindici anni di lavoro, serve a rendere tutto questo più chiaro, più incisivo, più strutturato. E per il Sud significa finalmente occupare una posizione centrale nel sistema vino italiano».



Rossi, come riuscite a tenere insieme l’anima B2B e quella più culturale e divulgativa?
«Attraverso una programmazione molto precisa. Le masterclass sono pensate come momenti di alto profilo, affidate ai più autorevoli comunicatori del vino italiano: critica, stampa di settore, grandi sommelier, ma anche ricercatori e divulgatori scientifici. Non sono eventi accessori, ma strumenti di mercato. Senza conoscenza non esiste business solido».



Perché avete optato per la scelta, oggi, di diventare fiera?
A.R. «Perché il vino ha bisogno di luoghi che sappiano leggere il presente e anticipare il futuro. Paestum Wine Fest Business vuole essere un osservatorio permanente sulle tendenze del settore. Quelle che spaziano dall’innovazione alla sostenibilità, arrivando fino e soprattutto alle nuove forme di distribuzione. Questione quanto mai pregnante vista la situazione del mercato oggi. Il formato fieristico ci consente di rafforzare gli incontri professionali, rendendoli più efficaci e mirati».
Cosa rende Paestum diverso rispetto al calendario fieristico nazionale?
A.R. «L’atmosfera. Qui il business non è mai freddo o impersonale. È un business che nasce dalla relazione, dal tempo condiviso, dal confronto reale. Vignaioli, distributori, Horeca, studenti e scuole di formazione convivono nello stesso spazio. Paestum è pensato come un salotto di cultura del vino. Perché il vino si vende davvero solo quando lo si comprende. Inoltre, mettiamo al centro il ruolo del sommelier anche in relazione alla possibilità e capacità di formare i nuovi wine lovers del futuro».
L’obiettivo resta comunque la creazione di opportunità economiche per le aziende?
A.Z. «Senza alcun dubbio. Fare business è la priorità. Ma se, mentre lo facciamo, riusciamo anche ad aumentare la consapevolezza sulla cultura dell’ospitalità, sul valore dell’esperienza, sullo stare insieme attorno al vino, allora stiamo costruendo qualcosa che dura nel tempo. Per questo i temi cruciali nel settore vinicolo vengono affrontati attraverso una serie di “monitor” al fine di trovare strategie di miglioramento per trovare soluzioni per affrontare le sfide che sono sempre più impattanti».



Alessandro Rossi
Quali sono oggi le criticità principali del Sud nella comunicazione e nella vendita del vino?
A.R. «Si stanno facendo passi importanti, ma serve un ulteriore salto di qualità. La Campania, in particolare, è un nodo strategico per questo nuovo corso. Potenzialità turistiche e logistiche la mettono al centro di una sfida, quella del nuovo posizionamento nazionale e internazionale del vino, che diventa imprescindibile. Il vero snodo resta il mondo Horeca, che è l’anello di congiunzione tra produttore e consumatore. Paestum nasce anche per accompagnare questo mondo verso una maggiore consapevolezza della qualità del vino italiano».
Il tema della marginalità incide sulla stagnazione delle vendite?
A.Z. «Assolutamente sì. I ricarichi eccessivi sulla bottiglia sono un problema per tutti. Penalizzano il ristoratore, il produttore e il consumatore. Con un potere d’acquisto che non cresce, serve un cambio di mentalità: più equilibrio, più responsabilità, più visione di lungo periodo. Questo cerchiamo anche di far emergere durante Paestum».
Low e no alcol sono una risposta strutturale al mercato?
A.R. «Per noi restano una nicchia. C’è stato un entusiasmo iniziale, poi il mercato si è stabilizzato. La nostra priorità resta fare cultura».
A.Z. «Il vino è parte integrante del DNA italiano, una storia millenaria che sa parlare il linguaggio della contemporaneità. Serve lavorare in sinergia, come sistema perché si rimetta in moto un comparto fondamentale che oggi segna momenti di stasi».
E il rapporto con le nuove generazioni?
A.Z. «Non dobbiamo illuderci. A 18 o 20 anni è più facile scegliere uno spirit che un vino, ed è sempre stato così. Il vino va raccontato, spiegato, reso comprensibile. Serve un lavoro culturale che parta dai giovani. Questo è vero quanto imprescindibile ma dobbiamo anche sapere e capire che i risultati non sono immediati, ma arrivano. Ne siamo convinti».












