Una vigna di oltre 350 anni. Questo è il Sudafrica del vino. Produttore, seppur limitatamente nel corno più meridionale dello Stato, quello che si affaccia tra i due Oceani (Atlantico e Indiano), che in questi ultimi anni sta avendo una forte attenzione, anche in Europa e Italia, ma che soffre, come del resto tutti, il trend generalizzato legato al consumo. Sono sicuramente ormai lontani gli echi della Compagnia Olandese delle Indie Orientali che nel XVII secolo piantò le prime vigne in questa parte di mondo.

Oggi il Sudafrica è la patria indiscussa del Pinotage (rosso) e Chenin Blanc (Bianco). Lo è e lo fa con una dedizione e una capacità, anche narrativa, abbastanza efficace. Basti pensare che la terra di Mandela rimane quasi sempre all’interno dei dieci maggiori terroir vitivinicoli mondiale. Sicuramente una delle motivazioni che hanno visto il vino poter crescere e svilupparsi è quella della presenza di un clima prevalentemente subtropicale, con inverni soleggiati e secchi, notti fredde e estati calde con temporali. Questo “aiuta” la crescita e lo sviluppo della vite. Non va dimenticato, però, che è soprattutto dagli ultimi 15-20 anni che si è potuto iniziare su più “larga” scala a decantare Pinotage o Chenin Blanc, Sauvignon o Merlot sudafricani. Lo si è potuto fare grazie a grossi investimenti di altrettante importanti aziende vinicole mondiali.

Finalmente, in questi ultimi anni, le interpretazioni enoiche di questa terra iniziano sempre di più a puntellare anche gli scaffali delle enoteche italiane. Siamo ancora a bassissimi numeri, ma è già comunque qualcosa. In Italia lo sa bene Pietro Pellegrini, alla guida dell’omonima azienda tra i più importanti player della distribuzione nazionale, arrivata alla quinta generazione, la Pellegrini Spa, che da qualche anno ha iniziato a importare e immettere nel suo catalogo alcune referenze.

«Abbiamo inserito a catalogo le prime due aziende sudafricane, Mooiplaas Wine Estate (Stellenbosch) e Rhebokskloof Wine Estate (Paarl Valley), nel gennaio 2022 – racconta Pellegrini –. Da allora, in questi tre anni e mezzo, le vendite sono sempre cresciute. Questo trend positivo ci ha spinti a introdurre, nel giugno 2023, un terzo produttore di un’area diversa: Cape Point Vineyards. I numeri, seppur ancora piccoli, segnano crescite a doppia cifra». Una crescita frutto di un posizionamento medio alto nella fascia di prezzo, e di una qualità che non si discute.

Certo, a differenza del Vecchio continente, i prodotti che arrivano dal Sudafrica parlano difficilmente la lingua del vignaiolo, sono più che altro grape addicted. Soprattutto perché l’attenzione è rivolta a un mercato locale, in primis, ed estero soprattutto di lingua anglosassone.

È altrettanto vero però che grande attenzione, da parte delle aziende presenti e operanti, viene rivolta all’espressività territoriale del vino. Lo attesta e conferma l’importatore italiano: «Pur non essendo in tanti gli importatori che propongono vini sudafricani – spiega Pellegrini –, la nostra selezione si basa su produttori fortemente identitari e rappresentativi del territorio, con stili ben distinti tra loro. La combinazione tra qualità dei vini, servizio e capillarità della distribuzione stanno facendo il resto».

COSA PIACE AL CONSUMATORE ITALIANO DEI VINI SUDAFRICANI?

«Dai feedback che riceviamo – prosegue Pellegrini – sono soprattutto la complessità, la mineralità, la finezza e l’eleganza dei vini sudafricani che importiamo gli aspetti che riscuotono maggior apprezzamento. Si tratta di caratteristiche in linea con i gusti del consumatore italiano e con le attuali tendenze produttive. Attualmente non importiamo spumanti dal Sudafrica. Come spesso accade, sono i bianchi a ottenere maggior riscontro, in particolare lo Chenin Blanc. Tra i rossi, il Pinotage, vitigno simbolo del Sudafrica, è quello che registra le vendite più alte».

Dal catalogo Pellegrini abbiamo avuto modo di assaggiare sei referenze di queste aziende sudafricane. Un’analisi complessiva mette in evidenza la tecnicità, che per carità non è certo un’accezione negativa, anzi, di questi sorsi. Sono vini enologicamente perfetti, puliti, netti. A rendere più immersiva la degustazione emerge effettivamente una forte capacità interpretativa, anche attraverso l’utilizzo del legno mai troppo invadente e pressante. Quattro i bianchi e due rossi. Si tratta di un Chenin Blanc 2024 e un Pinotage 2023 di Mooiplaas (Koelenhof – Stellenbosch), un altro Chenin Blanc del 2022 e uno Shiraz 2019 di Rhebokskloof (Windmeul – Paarl) e infine due interpretazioni di Cape Point Vineyards (Noordhoek – Cape Town) l’Isliedh 2022 (blend con 66% Sauvignon Blanc, 27% Semillon e 7% Sauvignon Gris) e il Sauvignon Blanc Reserve 2022.

LA DEGUSTAZIONE

Iniziamo il nostro viaggio in punta di calice con lo Chenin Blanc 2024 di Mooiplaas. Respira di tropicalità e agrume, elegante la nota minerale, essenziale la tensione marina. Il sorso è netto, pulito, secco. La silhouette è vestita di frutta gialla, sorretta da una sapidità e una freschezza efficaci. Appagante anche se diciamo la verità non emozionante. Un vino che è enologia (tecnica) allo stato puro. Lascia comunque un’anima che appaga. Alla fine è bello sentire questa permanente, particolare, simpatica, anima di insalata (si avete letto bene, insalata) di frutta.

L’Isliedh 2022 (blend con 66% Sauvignon Blanc, 27% Semillon, 7% Sauvignon Gris) di Cape Point Vineyards è rappresentazione enoica dell’incontro tra Oceani. Mineralità, freschezza, nota iodata quasi salmastra. Eleganza che si staglia su uno slancio d’agrume, con finezza e tocco vegetale. L’equilibrio tra mari e sferzate citrine.

Lo Chenin Blanc del 2022 di Rhebokskloof rappresenta un’interpretazione più empatia e di personalità. Bellissimo respiro rinfrescante, con agrume verde e mineralità. Molto elegante la stoccata fumée, quasi sulfurea. Estiva la carezza vegetale. Un sorso che rigenera grazie alla sapidità calibrata, alla personalità erbacea, a quel tocco vibrante di agrume e officinalità selvatica. Un sorso che è gastronomico, ma molto “aperitivizzante”. Tecnico ma vero!

Poi c’è il Sauvignon Blanc Reserve 2022 di Cape Point Vineyards. Dimenticatevi dell’imprinting tradizionale, quello per intendersi vegetal (bosso) animale (pipi de chat)… I francesi addirittura lo definirebbero: “Arome de bourgeron de cassis”. Dimenticatevi, quindi, l’esuberante, il marcante a volte l’estremo respiro tradizionale del varietale, qui si veste di altro. Una mise che è molto più elegante, marina, vegetale, si può dire atlantica? Inebriante la pressione dell’agrume acerbo. Fine mineralità, freschezza vegetal-officinale, con struttura longilinea, netta, precisa, sapida, educata. Al sorso si alza con pennellate in filigrana di terziarietà, non stucchevolmente dolci. Un vino lungo, fiero e non scontato. Buono, veramente, buono!

Per quanto concerne il Pinotage 2023 di Mooiplaas beh, qui si respira forte l’anima ebanista. Croccante il frutto nero che si accompagna a ricordi di sandalo e carrube. Sorso pieno, potente ma con frutto da mordere. Un tannino presente ma non pressante. Salutare e rinfrescante la sferzata finale sul pepato, quasi balsamico. Giovane questo 2023 ma di prospettiva.

Chiudiamo con il Shiraz 2019 di Rhebokskloof. Lo cantava anche Rivale nella sua celebre canzone “Shiraz, Shiraz, Shiraz quel che Shiraz!!!” e noi non possiamo che confermarlo. Questo è un vino che a discapito dei suoi sei anni di vita crea aspettative. È profondo, scuro, vibrante, fiero. Ha un respiro dark, di cassis, brace e sottobosco. Un sorso teso e ancora giustamente austero. A suo modo “verde”. È un vino orgoglioso della sua personalità e delle sue origini. Un corpo muscoloso ma equilibrato dalla vibrante balsamicità. Si allunga sui binari del gotico (mora selvatica, mirtillo) e del terziario (tabacco, mentuccia, garofano in chiodi) Un vino profondo ma a suo modo “beverino”. Tannici tecnicamente perfetti, già ora.