C’è un momento in cui il tempo smette di essere un nemico e diventa un alleato. È quello in cui il vino, come un essere vivente, smette di parlare la lingua dell’impeto e inizia a sussurrare quella della profondità. È in questo spazio sospeso, tra attesa e rivelazione, che si compie l’arte del tempo.
E di tempo, inteso come misura di stile, di pensiero e di rispetto, vive e si nutre la nuova linea Cicogna di Cavazza, l’azienda vicentina che da quasi un secolo fa dialogare la terra vulcanica di Gambellara con quella calcarea dei Colli Berici.

La presentazione della nuova immagine dei vini rossi d’eccellenza della casa di Montebello Vicentino non è solo un esercizio di restyling. È un atto di memoria, un ritorno consapevole alle origini, in cui l’eleganza guarda indietro per andare avanti. Il tempo, quindi, diventa chiave interpretativa del vino.

“Cicogna” non è solo un nome. È un racconto inciso nella pietra dei Berici. Nasce da un’antica casata veneziana che scelse queste colline come rifugio stagionale, luogo di silenzio e di riposo, quando la laguna diventava opprimente e l’aria umida toglieva respiro. Qui, tra boschi e pietra bianca, i nobili svernavano, dando origine a quell’usanza poetica dello “svernare in collina”. Con il passare dei secoli, Cicogna divenne toponimo, memoria geografica e culturale di un equilibrio fra fatica e bellezza, lavoro e piacere.

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Nel 1987 la famiglia Cavazza, già interprete della Garganega di Gambellara, riconobbe in questa terra un’altra voce possibile del proprio linguaggio. Acquisì Tenuta Cicogna, intuendo che quei suoli di matrice marina e calcarea, uniti a un microclima particolarissimo e caldo, avrebbero potuto generare vini di struttura, eleganza e longevità. Una nuova avventura, dunque, nel segno della complessità e della pazienza.
Da allora la linea Cicogna ha incarnato la parte più nobile del pensiero Cavazza: quella che unisce il rispetto del terroir all’interpretazione dei vitigni internazionali. Merlot e Cabernet Sauvignon, ma anche lo Sirah trovano nei Berici un altopiano ideale per riscoprirsi mediterranei, senza perdere la loro indole bordolese. Qui il sole asciuga, il vento asciuga e il calcare trattiene l’acqua con parsimonia, disegnando vini che parlano la lingua della profondità e dell’equilibrio, più che della potenza.

Il nuovo logo della linea non è soltanto un aggiornamento estetico, ma un gesto di continuità. Riprende le linee create alla fine degli anni Ottanta da un artista vicentino vicino alla famiglia, e le reinterpreta oggi come segno di riconciliazione tra passato e futuro. È un racconto che si fa gesto, un tratto che diventa segno del tempo.

Ma il vero colpo di scena arriva con la scelta, rara e coraggiosa, di aprire il caveau aziendale e proporre un listino dedicato alle vecchie annate. Non un’operazione di nostalgia, ma una dichiarazione di verità. L’invecchiamento non come limite, bensì come opportunità per svelare la profondità del territorio. Un atto che colloca Cavazza nel novero delle realtà italiane che interpretano il tempo come strumento di racconto e non come semplice cronologia.

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«La linea Cicogna – spiega Stefano Cavazza, oggi alla guida insieme ai cugini Andrea, Elisa e Mattia – rappresenta da oltre trent’anni la nostra idea di viticoltura di qualità. Il rebranding non è stato un restyling, ma una restituzione: volevamo riportare alla luce l’anima autentica dei nostri vini, valorizzando il segno che ci accompagna dagli anni Ottanta. È un ritorno alle radici che unisce storia, territorio e visione futura»

Per comprendere quanto il tempo sappia scolpire l’identità di un vino, basta seguire il respiro di una verticale del Cabernet Sauvignon Cicogna, dove ogni annata racconta un capitolo di un romanzo sensoriale in cui il territorio è protagonista.

Verticale di Cabernet Sauvignon “Cicogna”

Annata 2021 – Slanciato, puro, elegante. Un’annata quasi perfetta che regala un vino teso, nitido, dalla freschezza minerale e dal tannino croccante. Nessuna surmaturazione, ma tensione e ritmo. Vegetale e balsamico, respira aria di Berici.

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Annata 2020 – Figlia di un’estate mediterranea, conserva una vena verde che si intreccia a china e chinotto. Giovane e ancora in divenire, mostra già equilibrio e pulizia.

Annata 2016 – Il capolavoro dell’armonia. Frutto nero croccante, balsamicità selvatica, eucalipto, verticalità e tannini di seta. La voce più pura del Cabernet berico.

Annata 2006 – Matura, elegante, vestita da sera. Tabacco biondo, liquirizia, mentuccia: un vino che ha imparato a parlare sottovoce, con garbo e profondità.

Annata 2003 – La sorpresa. Ventidue anni sulle spalle e una vitalità da adolescente. Un gioco continuo tra freschezza e frutto, tra mineralità e piccantezza vegetale.

Annata 1991 – Il patriarca. Trent’anni di vita che si leggono nel colore, ma che non tolgono fiato alla bocca. Un tannino gentile, un respiro di pomodoro e fiore rosso appassito. Un testimone di stile, un nonno elegante.

Oggi Cavazza coltiva 130 ettari tra Gambellara e Colli Berici, producendo circa 600.000 bottiglie l’anno. Due territori, due nature, un’unica filosofia: interpretare il tempo e la terra con autenticità. Da un lato la Garganega vulcanica, minerale e luminosa. Dall’altro il Cabernet e il Merlot calcarei, profondi e strutturati. Un dualismo che diventa ricchezza, un equilibrio che racconta il Veneto più autentico, quello che non teme la complessità né la lentezza.

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Perché, in fondo, il vino è un linguaggio del tempo. Raccoglie la memoria delle stagioni, la pazienza dell’uomo, la forza della terra. Ogni annata è una fotografia in movimento, un respiro che cambia, un battito che si prolunga. Con la nuova Cicogna, Cavazza non racconta solo un vino, ma una visione: quella di chi crede che l’eleganza nasca dall’attesa, che la profondità sia figlia della lentezza, che il tempo non vada temuto ma ascoltato. E che, anche nei Colli Berici, i vitigni bordolesi possano trovare una seconda patria, italiana, mediterranea, poetica. Un calice di Cicogna, oggi, è questo: un modo di ascoltare il tempo che passa e che emoziona.