Il vino mistico del Convento dei Frati Carmelitani Scalzi
Dietro una porta verde che nessun turista nota, a pochi passi dal caos della stazione di Venezia Santa Lucia, si nasconde uno dei “vigneti urbani” più straordinari d’Italia. La Serenissima, crocevia di civiltà e racconti, tra misticismo e religione ci porta in un antico giardino con brolo, appartenente al Convento dei Frati Carmelitani Scalzi. Ma attenzione, caro lettore, di non correre subito ad affrettate conclusioni, questi frati scalzi non sono. Ecco perché conviene partire dall’inizio e raccontare come tutto nasce.
La storia dell’ordine dei Frati Carmelitani Scalzi
Verso la fine del XII secolo un gruppo di pellegrini, durante il periodo delle crociate, si insediarono alle pendici del Monte Carmelo, in Israele, il cui nome letteralmente Karmel significa “giardino fiorito”. Nella seconda metà del 1500 Santa Teresa d’Avila, per recuperare l’autentico spirito di preghiera e di fedeltà alla Chiesa, decise che l’ordine si dovesse “descalzar” ovvero spogliarsi dei privilegi ottenuti negli anni e tornare all’origine. Così Santa Teresa d’Avila, insieme a San Giovanni della Croce, diedero vita all’Ordine dei Carmelitani Scalzi.
L’avocado
Nel 1633 i frati arrivarono a Venezia, nel 1649 acquistarono a Cannaregio terreni ed orti, e costruirono l’attuale Chiesa degli Scalzi, il Convento, il brolo e il vigneto. Nonostante vari e molti periodi avversi, l’orto-giardino è rimasto quasi immutato seppur più piccolo nelle dimensioni e i frati se ne occupano con costanza e dedizione.

Dal giardino mistico ai vini mistici
Il Giardino Mistico risale al 1649 viene completamente ristrutturato nel 2015, con il contributo dell’Architetto Giorgio Forti. Ispirato alle sette dimore del Castello Interiore di Santa Teresa d’Avila, descritte nel suo libro del 1577, si articola in sette aiuole. Quarta tappa del cammino, è il meraviglioso vigneto realizzato in collaborazione con il Consorzio Vini Venezia che, dal 2010, con il contributo del prof. Attilio Scienza e assieme all’Università di Padova e di Milano, e al CRA-VIT di Conegliano, ha iniziato l’ambizioso progetto di recupero della biodiversità vitivinicola a Venezia. Tale progetto ha visto la creazione di una collezione di viti che costituisce una banca genetica delle varietà (individuate tramite analisi del DNA) presenti nel territorio veneziano.


L’obiettivo è scoprire origine, provenienza e caratteristiche delle varietà ancora presenti in città e la loro conservazione. Grazie al supporto di 5 tecnici esperti sono stati raccolti più di 70 esemplari individuando ben 30 varietà di cui ancora 3 risultano sconosciute. Raboso Piave, Tocai Friulano, gli incroci Manzoni, i Pinot, il Refosco dal peduncolo rosso, i Cabernet, Merlot, Verduzzo trevigiano e friulano, Chardonnay e Malvasia istriana sono le varietà che sono state analizzate e mappate. Ma nel vigneto dei Carmelitani Scalzi si trovano ben 18 cultivar tra cui le principali che si coltivavano in Laguna: Dorona, Bianchetta trevigiana, Raboso Piave, Verduzzo trevigiano (biotipo “Motta”), Malvasia istriana, Malvasia di Candia aromatica, Recantina, Terra Promessa, Malvasia di Sitges, Incrocio Manzoni 13.0.25, Malvasia d’Asolo, Malvasia Aromatica, Malvasia Toscana, Fiano, Vermentino, Marzemino, Incrocio Manzoni 2.15, Grapariol.
Come si può notare importante è la presenza di “Malvasie” questo perché Venezia è sempre stata un mosaico di culture, scambi e profumi lontani.
Verona, caput vini
Pochi sanno che il nome “Malvasia” deriva da Monemvasia, roccaforte bizantina su di un promontorio posto a sud del Peloponneso. Qui, durante il viaggio di ritorno a Venezia, le navi veneziane facevano scalo, cariche di prodotti pregiati tra cui vini e vitigni raccolti nel Mediterraneo. Arrivati a Venezia i vini venivano poi esportati in tutta Europa contribuendo alla grande ricchezza della Repubblica. Tutti questi vini venivano genericamente chiamati Malvasie, modifica in lingua veneziana del nome Monemvasia. I vini derivanti da queste varietà divennero molto ricercati, tanto che a Venezia molte erano le osterie, chiamate Malvasie, che mescevano i preziosi calici di “vini navigati”.
Dal 2016, con la collaborazione dell’enologo Mario Barbieri e il supporto del Consorzio, vengono prodotti due vini in quantità molto limitate, circa 1000 bottiglie: Ad Mensam è il vino bianco ottenuto da una selezione di 17 varietà tra cui Glera, Bianchetta trevigiana, Grapariol, Malvasia, Verduzzo trevigiano e Dorona, mentre Prandium è il vino rosso prodotto principalmente con uve di Raboso, Marzemino, Turchetta e Recantina. Le etichette rappresentano due dettagli della Chiesa dei Carmelitani Scalzi di Venezia: una parte del mosaico pavimentale per Ad Mensam Bianco e una statua del timpano per Prandium Rosso.

Ad Mensam Bianco Ottenuto da 17 vitigni rari locali alcuni unici testimoni della biodiversità e della universalità culturale della Repubblica di San Marco. Nel calice un bel giallo paglierino, il bouquet è elegante e variegato si parte dal floreale, acacia, glicine, margherite e poi frutta a polpa bianca, mela, pera, pesca e ancora delle piccole erbe aromatiche. Il sorso è semplice, ma estremamente piacevole, abbastanza fresco e con una buona sapidità, bella la morbidezza che armonizza il tutto. Si possono riconoscere alcuni vitigni che compongono il blend come la Malvasia e la Glera. Perfetto per accompagnare dei classici piatti di pesce della laguna come il Baccalà mantecato, le Moleche o un bel fritto misto.
Roteo, Sala Comacina (CO)
Costa circa 15,00 e può essere acquistata nello shop del Convento

Prandium Rosso Ottenuto da 9 vitigni rari locali alcuni unici testimoni della biodiversità e della universalità culturale della Repubblica di San Marco. Nel calice si presenta di un bel rosso cupo. Il naso ci riporta subito al vino di una volta schietto, pretto e sincero; subito arrivano le note fruttate e leggermente vinose, piccoli frutti di rovo, ribes, prugnolo, gelso rosso, marasca, açai, viola e rosa canina. Nel calice si apre lentamente, ma l’attesa è essa stessa piacere di poter assaggiare un vino così particolare che è impossibile da paragonare o confrontare ad altri. Il sorso è leggero e richiama le sensazioni fruttate già percepite al naso, tannini delicati, fresco, con una discreta sapidità. Un vino molto versatile che ci ricorda il vino di una volta, perfetto sia per un tutto pasto a base di piatti di carne delicate, ma anche pesce con preparazioni più strutturate, salumi e formaggi semi stagionati… e visto il caldo perfetto anche se servito ad una temperatura di circa 16°.
Costa circa 15,00 e può essere acquistata nello shop del Convento

Consorzio Vini Venezia
Pink Lob
Il Consorzio Vini Venezia, per Feel Venice, l’evento dedicato alla scoperta dei grandi vini del territorio, sceglie proprio l’esclusivo Convento dei Frati Carmelitani Scalzi. Una giornata immersiva tra degustazioni, visite guidate e incontri con i produttori, protagoniste le migliori referenze della DOC Piave, DOC Lison Pramaggiore, DOC Venezia, DOCG Malanotte del Piave e DOCG Lison.
Tai, Manzoni Bianco e Raboso protagonisti del Consorzio Vini Venezia
In questo mondo dove tutto corre veloce e dove non si ha mai tempo di ascoltare, tre vitigni, che caratterizzano il territorio del Piave, di Lison Pramaggiore e di Venezia chiedono udienza per raccontare la loro storia e farsi così conoscere: Tai, Manzoni Bianco e Raboso.
Il Tai è forse il più conosciuto, un vitigno coltivato nel Veneto e nel Friuli a partire dalla fine del ’700, proprio per questo, nel 1933, venne chiamato Tocai friulano. Nel disciplinare del Lison Classico DOCG è previsto un minimo 85%, ma quasi tutti i produttori preferiscono usarlo in purezza. Questo vitigno ha fatto parlare a lungo di sé per la “guerra” con il Tokaj ungherese, ma nel 2007 ne è uscito “sconfitto”. Una cultivar da cui si produce un vino che ha carattere e una grande personalità. Eleganza, struttura, longevità, caratteristiche che si mostrano a partire dal secondo anno. Proprio per questo il lavoro dei produttori è di realizzare un vino che tendenzialmente non sia d’annata, lo dimostra il fatto che oggi, che siamo nel 2026, troviamo dei vini con millesimo 2024. Al naso regala note di frutta a polpa bianca, mandorla verde e note floreali. In bocca si caratterizza per le note sapide date dal Caranto, terreno tipico della zona del Lison classico un terreno molto argilloso che trattiene i minerali, come il carbonato di calcio, proveniente dalle Dolomiti, e per una nota ammandorlata tipica del Tai prodotto nel Veneto orientale.

Se parliamo di Manzoni Bianco ci spostiamo nell’ areale del Piave, a nord di Treviso, ai piedi delle colline di Conegliano e del Montello. L’incrocio Manzoni (Riesling renano x Pinot Bianco) 6.0.13, ovvero il Manzoni bianco, è un vitigno ottenuto negli anni Trenta nell’ambito di un programma di miglioramento genetico della vite condotto dal Prof. Luigi Manzoni, da cui prende il nome, all’Istituto Tecnico Agrario di Conegliano. Ha una produzione contenuta, per le ridotte dimensioni del grappolo, ma ha un’ottima resistenza alle crittogame (peronospora e oidio) e nei confronti della botrite e del mal dell’esca.
Una ciliegia tira l’altra
Questo vitigno si mostra nel calice con un’espressione fresca, giovane e d’annata declinata sui sentori floreali regalati dal Pinot bianco, ma si possono ottenere vini anche longevi che si esprimono con una complessità maggiore dettata sempre dal Pinot bianco ma soprattutto dal Riesling renano, da qui le note solfuree, di pietra focaia e di salvia che tendono a saltar fuori.
Sempre nel territorio del Piave troviamo il Raboso un grande vitigno autoctono proveniente da Venezia chiamato, ai tempi della Serenissima, “vin da viajo” (letteralmente “vino da viaggio”) perché grazie alla sua acidità e tannicità, che ha mantenuto nel tempo, gli permetteva di essere trasportato, resistendo a lunghi e tortuosi viaggi, non modificando il suo gusto. Proprio per il suo essere spigoloso e scontroso si era conquistato l’appellativo di vino “rabioso” e domarlo in cantina non è, per nulla, facile, servono lunghi affinamenti in legno. All’inizio del nuovo millennio ecco l’idea di far appassire una parte delle uve, tra il 15 e il 30%, per cercare di bilanciare l’acidità e regalare una maggiore rotondità al vino. Questo vino è ora la massima espressione del Raboso e prende il nome di Malanotte dall’omonimo borgo medievale situato a Tezze di Piave (Treviso), tuttora visitabile, acquistato nel XVII secolo dalla nobile famiglia trentina dei Malanotte. A loro e ad altre famiglie nobili presenti nel territorio si deve la rapida ascesa produttiva e commerciale del vino ottenuto dal Raboso.
Tai, Manzoni Bianco e Raboso
Tre vitigni identitari, rappresentanti del territorio che vanno degustati, ma soprattutto raccontati in un momento in cui la tendenza di consumo cerca vini più semplici e facili. «Compito del produttore è anche diversificare. Sono vini che hanno un racconto alle spalle molto importante – afferma Stefano Quaggio direttore Consorzio Vini Venezia – Molto importante è anche il legame con la città di Venezia, che è una delle città più visitate e iconiche d’Italia. Legare questi vitigni, e di conseguenza i vini, a Venezia è il compito di ogni produttore e di ogni realtà consortile, come la nostra. Sono vini che devono essere ascoltati, ma fondamentale è raccontarli. Ci si deve sedere, ascoltarli, e dedicare tempo per poterli comprendere a pieno.»












